~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

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mercoledì 11 giugno 2014

E' uno specchio questo mare



"Shoot me, bury me, hundred times, what difference does it make?


Wish I'd never be nothing more than breeze within your name,

never be the storm that built me flesh, and take me away from oblivion."




"È uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero." 
A. Baricco - Oceano mare






"Questo, mi ha insegnato il ventre del mare. Che chi ha visto la verità rimarrà per sempre inconsolabile." 
A. Baricco - Oceano mare


"Fanno delle cose, le donne, alle volte, che c'è da rimanerci secchi. Potresti passare una vita a provarci: ma non saresti capace di avere quella leggerezza che hanno loro, alle volte. Sono leggere dentro. Dentro."
A. Baricco - Oceano mare





Grattis på födelsedagen!!

venerdì 21 giugno 2013

Happy fox day!



(11-06-2013)

Sì, sono in ritardo per farmi gli auguri, ma non sono riuscita a fermarmi a scrivere prima di oggi. Non credo di aver mai trascurato così tanto questo blog.
Un blog in cui tra l’altro ho ancora 27 anni e sono troppo pigra per aggiornare il profilone. O forse chissà…è Peter Pan che mi sta sul groppone e mi distrae dal farlo.

Ho caricato decine di foto senza quasi scrivere niente, non ne vado molto fiera. Ormai la passione per la fotografia è viscerale, ma un’immagine non dice tutto…a dire il vero non dice quasi niente. Una fotografia immortala un’idea, ma non la racconta. Mi mancano così spesso le parole, eppure avevo tante cose da scrivere un tempo.
Poco male, finchè comunque ci riesco ancora. Ho selezionato un po’ di concorsi letterari che mi sembrano abbastanza seri ed ho iniziato a mandare materiale. Ci devo almeno provare, sono stanca di buttare i miei sogni giù per lo scarico.

Ma volevo parlare del mio compleanno. Che c’è da dire? Ne ho compiuti 29: l’età in cui ti senti vecchio per il semplice fatto che tutti i contratti lavorativi per “giovani” ti chiedono al massimo ventinove anni. Ah-ah…come se questo garantisse un lavoro.
Lavoro non ce n’è, neanche quei lavori che fino a qualche anno fa si trovavano. Che sto facendo allora? Dopo i vari corsi per disoccupati mi son data al tirocinio. Niente retribuzione, solo l’illusione che possa servire, che magari avrò una carta in più da giocarmi sul curriculum. E chi ci crede? Io un po’, perché sono un’illusa di natura. Dovevo almeno provarci, finché me lo posso permettere perché il lavoro dell’uomo va be….uhm, va. Dopo è già deciso, torno a fare la cameriera per mettere da parte questi benedetti soldi e che non se ne parli più.

Perché sono stanca di sentirmi sempre una nullità, sempre l’ultima ruota del carro…ho studiato, ho un’età, di esperienze ne ho un po’ alle spalle, ho sempre lavoricchiato, ho cercato di imparare tutto quel che potevo, fatto corsi, appreso qualsiasi cosa mi sembrasse utile.
Non sono più disposta ad esser trattata come una tra le tante disperate a cui offrire lavori schifosi e sottopagati.
E sono stanca di dire a me stessa che vale la pena sopportare per fare la gavetta, per aspettare tempi migliori. Ma aspettare cosa? Di finire più nella merda di così?
Voglio la mia occasione, voglio mettere a frutto quello che ho studiato. Non posso andare ad un corso ed accorgermi di dover dire io al docente come si fa qualcosa. No, questo mondo gira al rovescio e io non voglio marcire.

Ogni tanto sogno la Svezia. A volte, quando sfoglio delle riviste e vedo foto di Stoccolma, mi viene da piangere. Lì, così, stupidamente…come fossi una bambina.
Penso all’aria pura, a quella sensazione di essere in un posto migliore, un posto in cui se hai voglia di farti il culo le cose funzionano.
E mi commuovo ancora al ricordo di come mi sono sentita ad essere solo noi due lontani da tutto, in un luogo sconosciuto, dove poter ricominciare da zero. E quel cielo…quel cielo sempre mutevole, e il verde tutto intorno. Un paradiso che vorrei conquistare e che al tempo stesso mi terrorizza.
E se fallissimo? La Svezia costa cara, e noi siamo due poveracci. Da due anni cerchiamo di metter da parte il necessario, ma i soldi non bastano mai.

E allora frustrazione, e schifo, e frustrazione ancora. Mi sembra di correre al rallentatore facendo del mio meglio senza che sia mai abbastanza.
Quando ero più piccola, mai e poi mai avrei pensato di finire così, di essere completamente insoddisfatta, di non riuscire ad arrivare da nessuna parte…di non riuscire nemmeno a raggiungere qualche altra parte.
Io e la mia mania per il nord. Perché ho perso tutti questi anni accartocciata su me stessa?

Sono solo una sfigata che esce cinque minuti in giardino e si fa pungere da diosolosacheinsetto e rimane inferma per quattro giorni col piede gonfio come un pallone.
Una stupida che cerca di darsi degli obiettivi a breve termine perché non è più in grado di sognare.
Che mentre torna a casa a piedi pensa a quante lavatrici deve fare, alla spesa, alle fatture da calcolare, alle bollette da pagare, quando una volta metteva le cuffie nelle orecchie e sognava di fare miliardi di cose impossibili.

Questa sono io. Io con i miei 29 anni. E non sono schizofrenica quando dico che c’è una parte di me che non è più me. Io non mi trovo più.



















sabato 16 giugno 2012

I felt like…

...being a part of something.




Come tutte le brave volpi, anch’io ho imparato ad aspettare.

So starmene tranquilla, accoccolata sulla terra ad ascoltare il vento che canta tra le spighe, e so anche scodinzolare con discrezione ogni volta che penso al mio principe, pur sapendo che lui è ancora lontano.



Mi hanno insegnato ad avere delle aspettative, delle speranze.

Mi hanno mostrato i sonagli che ridono lontano, tra le stelle, ed io ho riso con loro.
Qualche volta ho anche scodinzolato invano, imparando a riconoscere il gusto che hanno le aspettative deluse.
Qualche volta i principi non sono come li si vorrebbe. Può anche darsi che perfino la volpe sia quella sbagliata.



Ma il grano no, il grano non può che essere dorato. E le stelle, anche le stelle sono uguali per tutti.
Una volpe lo sa quando alle stelle ci è davvero vicina, lo capisce nel suo cuore, con la stessa intuitività con cui arriccia il naso per cogliere gli odori familiari o drizza le orecchie quando capta qualcosa in lontananza.



E non è che una volpe sappia cosa sono le stelle, nemmeno di cosa son fatti i sonagli.
Ma li sente ridere, su questo non c’è dubbio.



Così, accoccolata nel tiepido sole che ricopre d’oro il mio campo di grano, ancora oggi attendo.
Perché alla volpe non importa quante volte il principe l’ha lasciata sola, o quante stelle storte le è capitato di incontrare.



Ogni volta che lui arriva all’ora stabilita, quando lei già sta scodinzolando colma di aspettative, è come se fosse sempre la prima, la più perfetta.



A me ride il cuore quando sono con lui.
E come ogni brava volpe i sonagli li sento ridere, anche quando non so bene di cosa siano fatti.



“I felt like being a part of something
something I was always trying to achieve.

I felt like being a part of something
something that lasts.



And I need love, like I never needed love before.”


(Lacrimosa – Apart)

lunedì 11 giugno 2012

Giorni a perdere

My Road Salt...



Tornano le ricorrenze, cicliche come le maree, costanti come le albe che scandiscono i giorni.
Quante lune sono passate? Ogni tanto penso che sia giusto chiederselo, per non dimenticare le molliche di pane lasciate lungo il cammino.

Tutti abbiamo delle abitudini, delle manie, delle usanze che fatichiamo ad abbandonare.
Io ho questo rito: una foto ad ogni compleanno.
Non una di quelle mille mila che si fanno nei giorni qualunque (per lo meno…ehm..io ne faccio mille), ma qualcosa di speciale, pregno di significato. Ecco, magari a guardarle sembrano foto banali, artefatte, neanche poi tanto meritevoli di rappresentare un giorno importante.

Ma, come vale per qualsiasi foto, l’occhio che sa guardare coglie, la mente che conosce interpreta. Per me ha un significato tutto ciò che a quelle foto sta intorno, e non importa se non si vede il palcoscenico, il camerino dell’attore, il dietro le quinte, le gallerie incomprese della mente del drammaturgo.
Io vedo tutto quanto con la mia memoria ogni volta che una semplice immagine mi sta davanti agli occhi.

L’anno scorso parlavo della mia strada, parafrasando le parole di Daniel, scegliendo la “mia” nuova canzone.
E ricordo perfettamente l’attimo in cui ho scattato quella foto, per la prima volta diversa da tutte: per la prima volta io nemmeno c’ero.
E mi piaceva così, che fosse diversa, aliena in un contesto che ormai apparteneva al passato. Tutto era diverso, io per prima. Anche la foto lo doveva riflettere.

E che dire oggi di quella strada piena di polvere e orme insabbiate? Che dire delle svolte e delle corse improvvise verso orizzonti sconosciuti?
Sapevo di aver perduto il sentiero alle mie spalle e di doverne tracciare uno nuovo per tornare a casa.

Oggi sono a casa. Oggi cammino tranquilla sul mio sentiero. Oggi so che devo avanzare con più forza quando il terreno diventa fangoso, correre rapida quando il vento mi sospinge, scegliere la mia direzione ogni volta che le fronde si diramano mostrandomi il cielo stellato.

Oggi non è stato facile scegliere “la” foto.
Avrei voluto fotografare il mondo.

Ma come si fa ad immortalare in una cosa sola il profumo di salsedine, il vento che si insinua tra le fronde più alte di un vecchio albero, il tocco dell’erba mai calpestata, il grigio del cielo che nei suoi occhi diventa sempre e comunque arcobaleno?

Puntando l’obiettivo verso il cielo, là dove l’azzurro non è mai azzurro, là dove tutto quel che c’è nell’universo non si vede che a tratti, là dove una tavolozza di colori senza nome s’agitano mescolandosi nell’aria.
Là dove ognuno vede ciò che vuol vedere.



“Colpevole sono stata cento volte, nessuna a mio profitto.”

Di tutte le mie colpe, di tutti i miei delitti, uno solo è più squisito di qualunque meritevole condotta.
Quello di essere una funambola. Oggi e sempre.




“Seasons came and seasons went
Rocked to sleep through the sounds of hate
Your prince was born without a face
Something too bright, fades away
I’ve lost your trace



Seasons came and seasons went
Marched to battle in thy name
Your throne is now an empty place
We fill your heart with naked flames

Trust the flesh, trust and take what’s yours



When you’re afraid, just call my name
I’ll keep you safe until it’s day again

Can you feel the heartbeat, through the sea and the mist
In the wake of the witch, through the shadows and hate
I’ve lost your grace, I’ve lost your trace



People die and times they end
Watch your past far away
The throne sits now in empty lands
We crushed your heart with naked hands.”


(Moonspell – Incantatrix)




TIESTE : Scacciali, i pensieri che ti assediano, anima inebetita dal dolore.
Tristezza, vattene, vattene, paura, e anche tu, amara miseria, triste compagna del tremebondo esilio, e tu, vergogna che sulle disgrazie ti precipiti.



Quel che conta è da dove cadi, più che dove. Per chi precipita dall’alto, è nobile posare il piede con fermezza; per chi è travolto da una valanga di pene, nobile sopportare, senza chinar la testa, il peso di un regno che fu grande, e sostenere non vinto, non avvilito dai mali, ma in piedi, le macerie che crollano addosso.



Ma ora, via da te le ombre del tuo crudele destino, via ogni traccia del tempo della miseria. Nel momento della letizia, ritorni sereno il tuo volto.
Scaccialo dal tuo cuore, il vecchio Tieste… È questo il torto degli sventurati: non credere mai alla buona sorte. Anche se torna la felicità, non sanno goderne, gli afflitti.



Perché mi ammonisci? Perché non vuoi che festeggi questo giorno?
Perché mi ordini di piangere se non c’è motivo di dolore?
Perché mi proibisci di cingermi i capelli con questi bei fiori? Grida di non farlo, di non farlo.



Le rose primaverili cadono dalla mia fronte, sul capo mi si rizzano, in un accesso d’orrore, i capelli impregnati di profumi.
Perché dal mio volto, che non vuole, cade questa pioggia? Tra le mie parole si insinua un gemito.
È la tristezza che ama le lacrime sue compagne, è la crudele voglia di piangere degli sventurati.



Sì, ho voglia di gridare lugubri lamenti, di strapparmi le vesti impregnate di porpora siria. Ho voglia di ululare, io. Mi dà il presagio di un lutto vicino, il mio cuore, che già sente la sventura… Una tempesta tremenda incombe sui marinai quando da sole, senza vento, le onde placide cominciano a gonfiarsi.



Pazzo, che lutti ti inventi, che affanni? Affidati con fiducia a tuo fratello. Sia quel che sia, non c’è motivo di timore o è troppo tardi. Povero me, un vago terrore – no, non voglio! – si muove nel mio animo, ora spargono lacrime i miei occhi, e non ce n’è ragione.
È dolore o paura? Forse una gioia troppo grande esige lacrime?


(Seneca – Tieste)