~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

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giovedì 4 settembre 2014

Malte Laurids Brigge

"Ancora per poco posso scrivere…Ma verrà un giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non voglio. 
Arriverà il tempo dell’altra interpretazione, e non rimarrà più una parola sull’altra e ogni senso si dissolverà come nube e ricadrà come acqua.
Nonostante la paura, sono come uno che sta davanti a qualcosa di grande, e ricordo che un tempo mi succedeva spesso qualcosa di simile, prima che cominciassi a scrivere.
Ma questa volta sarò io ad essere scritto. Io sono l’impressione che si trasformerà.
Ah, manca un niente, e potrei capire, approvare tutto questo. Un passo soltanto e la mia profonda miseria diverrebbe beatitudine.
Ma non posso fare questo passo, sono caduto e non posso più rialzarmi, perché sono a pezzi."




"Guàrdati dalla luce, che rende più vuoto lo spazio.
Non girare la testa, che a volte un’ombra non s’alzi alle tue spalle, come il tuo despota.
Meglio se fossi rimasto al buio, forse, e il tuo cuore sconfinato avesse cercato d’essere il cuore greve dell’Indistinto." 

R. M. Rilke - I quaderni di Malte Laurids Brigge

sabato 5 ottobre 2013

The fox's den

Casa mia. Il buio è così perfetto che tutta la mia vita in mezzo al traffico, allo smog, al trambusto cittadino, mi sembra una farsa insopportabile.

Brindo ai miei, a tutti gli anni che hanno passato insieme, e sento di essere con le uniche persone al mondo che non mi deluderanno mai. 
Eppure sono scappata anche da loro. Ma per ogni cosa c’è il suo tempo, e quando il tempo è scaduto bisogna aver la forza di andarsene.

Penso ai miei errori, ai propositi di non commetterli mai più….alla mia convinzione di aver fatto scelte ben mirate questa volta. Quante certezze ci costruiamo per ripararci dalla realtà che non è mai come la vorremmo?
Non mi pento delle mie scelte, davvero, di nessuna, ma sono costretta a prendere atto dei miei fallimenti continui.

Vorrei avere il potere di cambiare le cose, la capacità di accettare, sorvolare, ingoiare, fregarmene. Ma a chi la voglio dare a bere? So bene come sono fatta. 

Continuo sulla mia strada e perdo pezzi. Ma sono capace di adattarmi e di cambiare forma infinite volte, devo solo continuare a trovarne la forza. 
Non importa se ho un altro squarcio e se ho dovuto una volta ancora ributtare tutto dentro, come Malte disteso sul letto a fronteggiare la “Cosa Grande”. E’ una febbre che nessuno vede, non ha cura e non c’è consolazione.

Ascolto il vento fra gli alberi mentre mio padre si ostina a voler cambiare una lampadina della mia macchina nel cuore della notte. Si preoccupa troppo, e forse fa bene.
Ripenso alle stelle, ai miei sogni, alle notti ferma in macchina a guardare il cielo perché tanto sapevo che non sarei riuscita a dormire. Per un attimo ho la sensazione che io non ce la farò mai a restare in un qualsiasi posto senza impazzire.

E’ ora di tornare da casa mia…ho un’altra casa che mi aspetta, in un posto che odio ma che è diventato in ogni caso “mio”. 
Percorro le stesse vie che ho fatto migliaia di volte prima di andarmene. Mi godo il buio, la strada che sembra finire nel nulla, i NIN nelle orecchie. Sento i miei fantasmi, sono lì con me. 

Poi parte Only, e penso a quanto mi è stata utile quella canzone quando ho dovuto imparare a fare la volpe senza principi e senza stelle. Mi ricordo bene quel periodo, quelle notti, ancora non so come ho fatto a tirarmene fuori, forse non ne sono mai realmente uscita.

Ma è allora che ho visto lei: con un balzo maestoso mi ha attraversato la strada, si è fermata un secondo a guardarmi, poi è sparita nel buio. 
Sì, una volpe. Ho pianto come una bambina.

sabato 7 settembre 2013

L'orizzonte



"Dicono che il tempo cambi le cose. In realtà devi farlo tu stesso."
A. Warhol
 
Non riesco a stare al passo con gli aggiornamenti del blog, ho una marea di foto e mai abbastanza tempo per scrivere qualcosa. Non riesco a stare al passo neanche con la mia vita, ma quello è un altro discorso.
E’ arrivato settembre, il mese di transizione che ancora brilla dei colori dell’estate pur annunciando l’arrivo imminente dell’autunno. Presto sarà di nuovo freddo, il buio calerà ad accorciare le giornate, la frenesia dell’estate sarà solo un ricordo.

Ho voglia di vedere la nebbia che sale dai campi e di scorgere l’orizzonte ogni volta che mi affaccio alla finestra. Quasi nessuno capisce quanto possa essere traumatico crescere in un posto isolato per più di vent’anni, respirare sempre aria pulita, uscire dalla porta e non incontrare mai nessuno se non il silenzio della natura e lo scodinzolio dei propri animali, ma soprattutto…affacciarsi alla finestra e vedere l’orizzonte. Niente palazzi, traffico, strade, muri. L’orizzonte.
La linea nitida che traccia il confine tra il fango e le stelle. L’abisso invisibile dove il sole va a morire. La culla dorata di ogni nuova alba.

Sì, sembrerò pazza o forse viziata, ma ho capito una cosa semplicissima di cui non posso fare a meno: io esigo vivere dove posso vedere il confine tra cielo e terra.
E voglio il mare, ho bisogno del suo frastuono e della sua immensità. Non mi importa se dall’altra parte c’è solo smog e cemento, ma almeno da una finestra lasciatemi vedere il mare.
Mi sono sempre sentita un animale in gabbia, per le più svariate ragioni. Ma non sapevo che il peggio doveva ancora venire. Soffro, in questa città, in questa micro-casa. Adoro il mio compagno e il nostro modo di stare insieme, ma ho bisogno di sapere che prima o poi ce ne andremo via.
Sono insofferente, succede sempre quando le stagioni cambiano. Devo trovare il modo di adattarmi cambiando pelle, e più gli anni passano e più diventa difficile.

Padova offre molto meno di quanto pensassi. Con il lavoro è sempre la stessa storia: contratti brevi, tirocini senza paga, colloqui su colloqui e sempre quella sensazione di essere falliti pur senza meritarlo.
Cerco di farmi strada in ogni modo, accetto qualsiasi lavoretto, coltivo passioni che potrebbero diventare redditizie, ma non vedo mai la luce in fondo al tunnel. E ovviamente siamo sempre al limite della sopravvivenza. Non so nemmeno come arriveremo alla fine di quest’anno.
Vorrei poter spegnere la testa almeno per un po’. Niente più impegni, responsabilità, pensieri continui e assillanti. Niente vacanze quest’anno: zero soldi. Non mi sono fermata mai. Credo che a breve impazzirò.


A proposito di mare e orizzonti. Dopo assillanti richieste durate circa un anno finalmente ho convinto l’uomo ad andare a Trieste (e con l’occasione vedere anche Duino). Avevo nella mia testa il ricordo di una città stupenda, molto nordica, spaziosa, vivibile, piena di cose da fare e da vedere. E nel cuore la memoria di qualcosa che mi era entrato dentro profondamente, forse per via del vento furioso che agitava il mare, o semplicemente perché mi ero riempita gli occhi di un orizzonte immenso.
In ogni caso, tornarci è stato un sogno. Il mare era placido stavolta, niente onde violente né freddo. C’erano un bel sole estivo e una piacevole brezza. Un paesaggio mozzafiato, un tramonto magnifico, le tracce di colui che porto nel cuore, e la voglia di restare semplicemente per sempre là.

Avere le idee così chiare, su ciò che si desidera e su ciò che si è…una sensazione che non provavo da tanto tempo. Ripercorrere le orme di Rilke ha risvegliato in me la certezza delle mie più profonde radici, e la vista del tramonto sul mare, mentre accanto avevo l’uomo che amo, mi ha dato anche la certezza di come voglio il mio futuro.
Devo imparare a prendermi quello che mi spetta.






































"Gli occhi della principessa bianca hanno dimenticato il mare, non guardano oltre la nera figura dello straniero che resta, al pari di lei, immoto. E il suono dei remi torna a farsi più sommesso e si perde nel frangersi pesante della risacca. La facciata del castello comincia ad estinguersi. Si sente che il sole affonda nel mare."
R. M. Rilke



"A noi resta forse un albero qualunque sul pendio, che ogni giorno rivediamo; ci resta la strada di ieri ed anche il deformato attaccamento ad un’abitudine, che è penetrata in noi, e rimase e non se ne andò."
R. M. Rilke

venerdì 1 febbraio 2013

Sale

Ho percorso questa strada e placato la sua fame.
L’ho fatta mia e lei mi ha fatto suo.

Ho visto ogni ponte e ogni incrocio,
ora mi siedo qui, sull’asfalto.

Sale sul mio viso, sale sotto i miei stivali
Questa strada è fatta di sale, che si attacca sulle mie ferite.

Un uomo un tempo re ora siede, un fallimento
Quest’uomo che ora siede è fatto di sale.


(D. Gildenlow)



Cerco la solitudine nell’inchiostro, provo ad immaginare come si fa a sentire con il pensiero, mentre sfioro con le dita protese gli angoli bui delle pareti.
C’è una luce bianca e fredda da qualche parte all’orizzonte dei miei desideri che si trova sempre a nord. E un alito di vento gelido che spira da finestre che ho chiuso tempo fa.

C’è la solitudine più perfetta nell’inchiostro, quella cercata, voluta. C’è l’essenza più pura del solitario, quello che la gente rifugge perché non comprende. Il solitario che ha imparato ad indossare la maschera giusta davanti agli altri per non far loro paura, per essere limitato e di conseguenza accettato.
Quel solitario che per Rilke è un santo, ma non è altro che un gioco a perdere in cui il miserabile sublima la sua sofferenza chiamandola benedizione.

E’ violento l’inchiostro. Si fa scuro come le ombre che sussurrano alle spalle, e dolce come vino in cui annegare i ricordi.
La vita rende sempre tutto più banale.
Il cuore pulsa con un ritmo tutto suo, che la mente amplifica e fa divenire sinfonia. Le parole tradiscono sempre.

Quando uno ha un sogno non dovrebbe parlarne mai, perché non esistono nomi per i colori dei sogni.
Quanto tempo buttato in passatempi senza utilità? Una volta ho imparato a guardare le stelle al freddo. La mia vita non è mai più stata la stessa.

L’innocenza perduta non torna, i fantasmi mi camminano al fianco ed il sole non è mai caldo abbastanza. Grido al mondo che mi deve delle risposte, ma più cerco il dialogo e più le parole mi sembrano insignificanti.

Vorrei avere ancora voglia di fare acrobazie senza paura di cadere, vorrei le stelle che ridono come sonagli, vorrei la poesia nella mia vita, tutti i colori dell’arcobaleno negli occhi di chi amo, vorrei l’imprevedibilità dei sogni appesi a bolle di sapone, vorrei che niente fosse scontato.

Sono viva, ogni giorno, solo un po’ meno di prima.
E tutto questo sale sulla mia strada sta consumando la pelle, scavando le ossa.
La musica lenisce le ferite, urla nella mia testa che sono viva. Ma io non ho scopi, non ho desideri.
Ho solo ricordi.
“Il cuore di una donna è un profondo oceano di segreti”. E la mente è un’infinita pianura di lapidi.


venerdì 20 aprile 2012

Qualcosa di intimo..

..come una lettera.

“Ma, al di là di una prospettiva clinica, potremmo riformulare tale linea interpretativa, cogliendo come per la protagonista, attraverso l’atto della scrittura, si tratti di sfondare il quadro fantasmatico che ha costituito la sua storia, la sua filiazione, la trama delle sue origini, per giungere sino al punto più profondo, più opaco, più soggettivo e particolare del suo essere.

Una forma letteraria così peculiare quale il diario, nel percorso accidentato di Adele, diviene l’esperienza più radicale della ricerca di una verità soggettiva che possa palesarsi attraverso la creazione.

Adele, attraverso il suo diario, si espone al confronto con il vuoto, accerchia l’abisso incolmabile da cui è sovrastata e, al contempo, mediante la parola, tenta di nominare, di arginare, di tradurre in segni il residuo enigmatico della perdita.
La scrittura è ciò che, al di là delle erranze, peregrinazioni e inseguimenti, la ancora profondamente al senso del suo esistere.

Le lettere inviate da Adele rappresentano un’altra forma di scrittura, filmata con insistenza da Truffaut.
Si conosce la passione letteraria del regista per l’epistolario, e nei suoi film sfilano le immagini di personaggi ripresi nell’atto di scrivere, leggere e recitare lettere.


La messa in scena della scrittura fa emergere in primo piano non solo l’intervallo fra l’infedeltà ad una legge universale e la fedeltà a quella del proprio desiderio, ma ancor più sottilmente, la non totale coincidenza di Adele a se stessa.”


(R. Salvatore – Uno sguardo sull’origine: la storia di Adele H.)



Già, ho rivisto una volta ancora uno dei classici del cinema che non mi stancherei mai di guardare. “Una storia d’amore” - recita il titolo, ma è così riduttivo.

Adele H. è l’immagine fatta scrittura, è un film che parla della pazzia, della pazzia e della sua cura.

Quel che mi ha colpito, stavolta, è che invece di immedesimarmi pienamente con lei, come sempre mi era accaduto, ho sorpreso me stessa fissare sé stessa con un’espressione un po’ tonta e sbigottita, nell’atto di rimproverarsi.

Sì, perché io non ho quasi più quella scrittura emorragica che tanto mi piaceva, e non ho nemmeno più la voglia autentica e vivace di mettermi a scrivere lettere per qualsiasi scemenza.
E’ diventata una routine pure quella, un vestito merlettato che tiro fuori dall’armadio solo per le feste prestabilite.

Ma qualche giorno fa leggevo le lettere di Magda a Rilke, e mi sono emozionata così tanto da non riuscire più a smettere di leggere.

Ho compreso in un istante che tutto quello che un uomo così straordinario ha scritto e volutamente pubblicato, non è comunque abbastanza per conoscere la parte più autentica della sua umanità.

Ho capito che il suo sentire più vero e profondo era lì, in quelle righe scritte per una sola ed unica destinataria.




“...Tu non sai cosa significhi per me di poterti stare a vedere quando ricami dei fiorellini chiari, di seta, sulla batista bianca – e se poi prendo un libro e leggo ad alta voce, e non posso così più guardarti, non ci sarà però in tutto il mio essere un solo punto che ignori che tu ricami dei fiori di seta sulla batista bianca, e che non si senta perciò come sotto una diretta, sacra protezione, che gli rende quasi impossibile di restar mortale. – Molti anni fa ho trascorso un inverno lontano, in un paese dell’Europa meridionale, in una villa da cui si vedeva il mare oltre il giardino sempre verde: eravamo solo in quattro: tre donne di età diversa ed io; una vecchia signora, la padrona di casa, una vedova, non più giovane e una graziosa giovanetta... C’erano delle sere (di visite ne venivan poche) in cui ci si rifiniva nell’ampio studio, vicino al camino; le signore con un ricamo ed io con un libro – e la serata si concludeva sempre così: la giovinetta sbucciava una mela per me.
Mi crederai, Benvenuta, se ti dico che per anni ed anni ho vissuto di quella mela, che non m’ero dovuto preparare da me? Di quelle serate? Di qualcosa che la prossimità e la dolce occupazione di quelle tre donne sembrava aver creato e raccolto in me? Ma sì, ancora molto tempo dopo, quand’ero già tornato a Parigi, c’era ancora un resto di... (di che mai?) di fermezza d’animo, di consolazione, di dolce refrigerio, nel mio intimo, e lo sentivo che veniva di là; ed era così presente, d’una evidenza così assoluta, che mi sembrava di vederlo svanire e diminuire, con terrore, di giorno in giorno, quanto più lo consumavo. – E là non si trattava che di un gesto! e, pensa, mi ha mantenuto in vita per anni ed anni...”


(Lettera di Rilke a Magda von Hattingberg)



Poi, riflettendoci, mi sono resa conto che non è vero che non scrivo più lettere. Questo blog ne è la prova, in una versione deformata, sì, ma comunque valida.
Una lunga serie di lettere a nessuno.

Forse è ora di fare una variazione sul tema:


Mia cara vecchia amica,

da quanto tempo il mio cuore non indugia più presso di te? Ho perso il conto dei giorni che mi separano dal tempo in cui potevo vederti vivermi accanto. Ma a dire il vero ho perso molte cose, anche quelle che sembravano avere un senso, nel disperato e folle tentativo di riguadagnare me stessa attraverso l’autodistruzione.

Qualche volta però il mio pensiero corre fino a te, che ti sei fatta nuvola evanescente e lontana, che hai assunto i colori di una fantasia che non mi appartiene più.

Così mi fermo a pensarti, e mi chiedo se corri ancora scalza nella Grande Foresta, inseguendo il richiamo dei boschi, il canto del vento, le lacrime del cielo, e l’antica voce delle piante.
Ti immagino raminga nel tuo Giardino Selvaggio, attorniata da quella bellezza che sapevi scovare in ogni angolo di mondo, con gli occhi innocenti di un cerbiatto e l’animo fiero di un leone.

Mi domando se ancora dondoli sulla fune tesa, nell’impossibile tentativo di conciliare il paradosso della tua esistenza.
Se ogni tanto hai ancora paura di morire e piangi guardando le tue mani intrise di sangue, o se invece conservi intatto quel sorriso che sapeva incantare come la prima goccia di rugiada in un’alba piena di sole.

Chissà se ogni tanto cerchi ancora di inseguire il vento, se torni a stenderti sull’erba umida sotto la grande quercia per scoprire se in quell’odore è conservato ancora un po’ di lui.

Come stanno i tuoi occhi così giovani e così pieni di tutto quel che non avresti mai dovuto vedere? E i tuoi artigli? Ancora li affili ogni sera domandandoti quanto altro sangue scorrerà prima che la tua guerra abbia fine?

Non riesco più ad immaginarti con precisione.
Ricordo pochi insignificanti dettagli, come la particolare sfumatura dei tuoi capelli colpiti da un raggio di sole, e quella nota più acuta che emettevi nelle risate cristalline, quelle vere, quelle leggere come il battito d’ali di una farfalla nel bel mezzo di un ciclone burrascoso.

Ricordo il tuo carattere incostante, il tuo saperti fare onda placida e carezzevole, marea altalenante che culla, oppure impeto improvviso che travolge e annega, schiuma furente di tempesta che non lascia scampo.
Ricordo il tuo cuore d’oceano: né misericordioso né malvagio, semplicemente selvaggio.

Sì, ricordo piccoli pezzi di te, perché ho scoperto di averli lasciati vivere dentro di me, quasi inconsapevolmente, come si fa con le cose alle quali non si da peso, ma che per qualche motivo non se ne vanno più.

Vorrei poter ancora credere che è bello sognare, senza per questo avere il sentore di star tradendo la vita.
Vorrei augurarmi di rincontrarci un giorno, alle soglie di quel confine labile che da sempre ci separa.

Tua, mia, nostra.

A.




“Tu vivi in me. Questa carta è la tua pelle. Questo inchiostro è il mio sangue.”


(Dal film Jules et Jim)

mercoledì 18 aprile 2012

Non torna indietro...

..chi dipende da una stella.





“Era primavera. Il sole sorrideva beato nel cielo limpido e profondamente azzurro, ma raramente i raggi si perdevano sino a raggiungere il mezzanino di quel palazzo nello stretto vicolo laterale.

Se mai vi giungeva un chiarore, spuntando dalle piccole finestre, e gettava cerchi guizzanti sulla parete imbiancata della misera stanza, era certamente di seconda mano, era infatti riflesso da qualche finestra dell’alto palazzo di fronte.”



“Stavo trascorrendo un’assolata mattina d’agosto nel bosco. Stavo disteso nel muschio increspato e scintillante e lo stavo osservando.
Osservavo come proiettava riflessi verdi sulla ghiaia bianco-argentea come se proiettasse attorno a sé cristalli di malachite.

E percepivo il suo lento e lieve progredire, che svegliava i fiori stupiti dal lungo e soave torpore.”



“Questa è la mia lotta,
sacra alla nostalgia,
vagar ogni giorno –
poi forte e vastamente

con mille radici
penetrar profondo nella vita
e nella sofferenza
maturar oltre la vita
oltre il tempo.”



“Ah, passai tra le macchie come il vento
e d’ogni casa fuggivo come un fumo.

Quando altri dei lor usi compiacevansi
restai austero cime un uso forestiero.

Le mie mani penetravan spaventose
nel sigillato altrui destino,

l’effusione moltiplicava tutti:
ed io non potevo che spandermi.



Vedi, anche per contemplare gli astri
t’occorre una piccola base terrena,
ché la fiducia vien sol dalla fede.

Ed ogni bene è una ripetizione.
Ah, la Notte da me nulla pretendeva,

ma quando alle stelle mi volgevo,
contaminato all’Incontaminato,
dov’ero? ed ero qui?



In questo ansioso viaggio fluisce
incontro a me la calda via del cuore tuo?

Poche ore ancora ed io le mani
mie poserò nelle tue;
ah, da quanto non si sono riposate.

Puoi immaginare quanti anni
ormai passo – estraneo tra estranei
ed ora infine tu mi conduci a casa!”



“T’ho cercato ovunque
nella selva, nel piano e nel bosco.
Non ti trovai, forse tu sei
troppo dentro al mio cuore.

’T’ho cercata ovunque’... Ecco, vedi: io c’ero, sì c’ero, ma diffidavo della mia anima, diffidavo del mio corpo e diffidavo della mia vana ricerca – e non potevo scrivere, perché c’era sempre di mezzo il mio cuore troppo dolorante, che anelava verso di te, il mio cuore ormai stanco, forse già da tempo condannato – ma solo il mio cuore – non parole – neppure una parola – e io non potevo scrivere il mio cuore.”
 
 (R. M. Rilke - Estratti dalle lettere a Magda von Hattingberg)



Vi è mai capitato di sentire un libro chiamarvi? Proprio come se da quelle pagine inanimate e appesantite dall’inchiostro potesse giungere una voce, ma una voce che non parla come siamo abituati a intendere noi le parole.

Difficile sentirla se non si è mai imparato ad ascoltare, a percepire quel linguaggio muto che parlano le cose quando ci stanno intorno per lungo tempo.



Questi diari mi ubriacano. Ogni parola, pezzo dopo pezzo, delinea una forma così ben scolpita in ogni suo dettaglio, una forma che riempie a perfezione quel vuoto che io ancora mi porto dentro.

Ogni parola, ogni singola parola, vorrei averla scritta io. Forse potrei averla scritta io.

Se solo il tempo e lo spazio non esistessero, vorrei correre a bussare alla sua porta: <<Piacere Rainer, sono Malte. Ti ho cercato così a lungo…>>



Seguo il giovane Malte mentre percorre le vie di Parigi, con passo svelto e la mente assorta.
Quasi sussulto con lui, quando ad un angolo lo sorprende l’indicibile, e lo sovrasta fino ad annientarlo.

Gli cammino affianco ed ho paura, perché so che anche lui ha paura; so che in ogni cosa, per quanto piccola ed insignificante, può annidarsi quel qualcosa di inspiegabile.

E so che lui percepisce il mondo come me, so che siamo soli entrambi in questa malattia, ma seguo i suoi passi, e ciò mi rassicura.

Percorro le vie parigine proprio come facevo anni fa, quando mi muovevo maldestra alle spalle di Baudelaire, e respiravo l’aria malsana di quella città, l’odore del vino, delle prostitute, dei malati, delle carogne.

E vedevo tutto come dipinto su una tela dalle tonalità fosche e pesanti…vedevo e vivevo. Non avrei mai voluto uscirne.



Passano gli anni e capisco che Malte non invecchierà mai, che rimarrà sempre a un passo da quella comprensione totale che potrebbe cancellare ogni ombra, alleggerire ogni pena.

Passano gli anni e ti torno a cercare.
Non mi chiamo più Malte, ma ho bisogno di Rainer.
Ho bisogno di comprendere quel che l’Indicibile risparmia ed elargisce come briciole ai comuni mortali.
Ho bisogno di sapere che anche tu vivevi ed amavi. Che nulla avrebbe potuto realmente annientarti.







“Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca

quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole



Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti

quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove son partito



Quello che non ho sono i tuoi denti d’oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia




Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte
Quello che non ho è una camicia bianca



quello che non ho è di farla franca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole


(De Andrè – quello che non ho)