~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

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mercoledì 8 marzo 2017

Anesthesia




Like a flash of light in an endless night
Life is trapped between two black entities
'cause when you trust someone, illusion has begun
No way to prepare, impending despair

Did one say so cruel: "'Tis better to love than lose"
Ignorance is bliss - wish not knew your kiss
So many times been burned, this lesson goes unlearned
Remember desire only fuels the fire - liar

Betwixed birth and death, every breath regret
I pity the living, envy for the dead
Emotionally stunned, in defense, I'm numb
I'd rather not care than to be aware - be scared

I don't need love

Are a thousand tears worth a single smile?
When you give an inch, will they take a mile?
Longing for the past but dreading the future
If not being used, well then you're a user and a loser

World reknowned failure at both death and life
Given nothingness, purgatory blight
To run and hide, a cowardly procedure
Options exhausted, except for anesthesia 

...and I don't feel... Anything. 



* * *

Ricorrenze.
La voragine attende silenziosa. Oblio profondo, grida senza risposta.
La verità è che non c'è una ragione, non c'è mai stata.
Nessun filtro, oltre il punto di non ritorno.
Senza alcun ragionevole limite l'oscurità inghiotte i brandelli di ogni certezza.
Liar.
Non ho più paura. Non sento niente.

* * *



I Pain of Salvation sanno sempre come darmi la canzone giusta nel momento giusto.

I still smell of sweat
Still the scent of my giving in
Try to feel regret
But I want it to stay on my skin

I still fantasize
Close my eyes to be wrong again
Still those fuck-me eyes
As I'm licking the palm of my hand

How the hell am I supposed to keep myself
When you are so damn far away
And everything feels meaningless
And I am not mine

How the hell am I supposed to keep myself
When you are so damn far away
And everything feels meaningless
And I am not mine

I still smell of sex
Still her taste on my fingertips
Try to feel remorse
But it's hard with her wet on my lips

How the hell am I supposed to keep myself
When you are so damn far away
And everything feels meaningless
And I am not mine

How the hell am I supposed to keep myself
When you are so damn far away
And all I do seems meaningless
And I am not mine

I need something of my own
Something with a locked door
A room just for me alone
Something that I can control

I need something of my own
I need something cutting to the bone
I need something that is mine
If that must be guilt, then fine

(How the hell)
I wanted something nice, but fine
This guilt is a hole but it's mine
I wanted something nice
This guilt is a hole but it's mine!


martedì 30 dicembre 2014

Winter Christmas time


"Archaic pearls of sleep and death

the voice of December losing its breath

and the floweryard of whit and grey is haunted.

White as the down of flaking snow, the heroic emblems of life."





















sabato 13 dicembre 2014

Primavera alla deriva


Abbiamo avuto una stupenda primavera,
dipinta a pennellate rapide e colorate su tele effimere,
sottili come ali di farfalla nella brezza di marzo.
E’ stata una primavera di una durata straordinaria,
così lunga che abbiamo voluto crederla eterna,
piena di sementi pronte a sbocciare per creare nuova vita.
E’ stata la nostra giovinezza, la terra di nessuno
su cui costruire nuovi mondi per trovarvi rifugio negli anni a venire.

Poi il vento impetuoso, quello che ci ha travolti nei tiepidi pomeriggi,
cullandoci immersi in oceani fioriti,
ha lasciato posto all’arsura e alla terra incandescente.
La nostra estate è arrivata molto tempo dopo,
ed è stata folle e rovente.
Ci ha prosciugati e abbandonati sotto un sole violento
a cercare di starci addosso anche quando faceva male.
La nostra giovinezza era già svanita,
ma l’estate bruciava nelle ossa e alimentava quella fiamma
che volevamo chiamare soltanto nostra.

Sarebbe dovuto arrivare l’autunno prima o poi,
dovevamo saperlo.
Ma ci sforzavamo di cercare il colore del grano nell’oro delle foglie cadute,
e la soffice brezza primaverile nel vento che s’alzava dalla terra;
quel vento che adesso abbracciava la polvere sporca,
e ci turbinava attorno, scoperchiando i fragili tetti del nostro rifugio.
Come scoiattoli operosi avevamo messo via ricordi
ed emozioni nei momenti felici, per poterli inseguire
ora che la decadenza dell’autunno sbiadiva tutte le cose.
Forse non ci siamo mai accorti che il sole non scaldava più la pelle,
e che dietro la corteccia spessa il verde marciva.
Non eravamo ancora pronti a lasciarci sfuggire la giovinezza.

Quando è giunto l’inverno avevamo già dato fondo
a buona parte delle nostre provviste.
I cristalli di gelo, splendidi come diamanti e feroci come demoni,
ci hanno sorpresi alle spalle.
Noi ancora volgevamo lo sguardo indietro, ai momenti più dolci,
incapaci di accettare il lento deperire
che già in quella lontana primavera germogliava,
non per vivere, ma per iniziare a morire.
Alla prima leggera spolverata di neve ci siamo stretti più forte,
ma il freddo ci ha indurito il cuore
fino a impedirci di continuare anche solo a sfiorarci.
Il nostro inverno è avanzato lento e inesorabile,
mentre attraverso bufere e tormente ancora ci cercavamo,
incapaci di accettare il suo spietato volere.

Il nostro inverno era vestito di primavera quando ci ha consumati.
Ci ha resi orfani di quella favola
che avrebbe dovuto difenderci per sempre.

lunedì 23 giugno 2014

Il destino di una Volpe


"Perché la volpe è triste?" - chiese il Piccolo Principe 


"Perché l'hanno addomesticata e le hanno insegnato ad aspettare. Ma il rumore del vento nel grano le sussurra i nomi di coloro che ha amato e non sono più tornati."



giovedì 30 gennaio 2014

Dettagli


 Pensavo ai ricordi, poco fa, mentre mi asciugavo i due metri di capelli dopo la palestra, e il lettore mp3 passava canzoni che non avevo voglia di sentire.
Pensavo a quello che mi salta alla mente appena penso distrattamente alle persone a cui ho voluto bene, le persone con cui ho mischiato cuore e sangue. Pensavo a come restano in mente certi dettagli secondari, bizzarri, estremamente materici. Hanno odori precisi questi dettagli, e riesco a ricostruirli con incredibile verosimiglianza nonostante il tempo passato. Tutto il resto è già sfuocato, poco chiaro, attenuato dall'incapacità di ricordare volti, espressioni, avvenimenti, parole. Gli anni passano e il vortice cancella.

Però quei dettagli rimangono. E riaffiorano alla memoria così, quando meno te l'aspetti, estemporanei. Ti passano davanti agli occhi mentre stai fissando la strada, o quando sei al lavoro, nei momenti più impensabili, anche senza che qualche connessione logica ti abbia fatto pensare a quella persona. 
E li scacci via subito, ma restano quel tanto che basta per darti fastidio, con la loro ancora così forte concretezza, quando sai bene che quelle persone sono distanti ormai anni luce da te.

Sono in macchina e sto guidando sulla romea, c'è il sole ma fa freddo, e tu mi scrivi che vuoi che ascolti quella canzone prima di vederti, io prendo l'mp3 nero e arancione e la cerco tra mille altre, e nel mentre penso che è stupido doverla ascoltare proprio in quel momento, perchè è una canzone dell'addio, non del nuovo incontro. Ma lo faccio lo stesso, e mentre penso a quanto sei stupido a chiedermi una cosa simile sorrido, perchè so che è proprio la poesia che metti in quel tuo romanticismo ineguagliabile che mi ha fatto innamorare di te. 
Quando ho riascoltato quella canzone, pochi giorni dopo, c'era stato veramente un addio, e tutto aveva trovato improvvisamente senso.

Sono seduta sullo scalino della cucina, ho una camicetta da notte leggera e i piedi scalzi sul pavimento gelido. Ho lo smalto mezzo sbeccato e i capelli spettinati. Lui sta cucinando la cena e io lo osservo mentre continuo a sfornare chiacchiere inutili. Mi piace che si stia prendendo cura di me, mi piace la sua voce, le occhiate che mi lancia di tanto in tanto. Mi piace guardarlo, e immaginarlo mio. Mi piace essere lì, di nuovo, nella città che mi ha sempre frantumato il cuore. 
L'odore del curry e quello della sua pelle, li posso sentire ancora a perfezione.

Sono sul corso a Padova, il sole sta tramontando dietro i palazzi e i suoi raggi caldi mi arrivano in pieno viso, di lato. Fa caldo, ho sudato, e ho addosso quella canotta nera che mi sta malissimo ma secondo me è molto metal. Sono giovane, bionda e sognatrice. Il suo viso è lucido per il sudore, e quella camicetta è davvero orribile. Ma lui è lo stesso bellissimo. Ha due occhi enormi che mi fissano e sorridono. Mi dicono in un secondo tutto quello che desidero, tutto quello che avrei potuto farmi bastare per gli anni a venire. 
Capisco così tante cose in un sorriso talmente bello che vorrei dimenticare tutto il resto che è venuto. Ma questo non è il ricordo, questa sono io, vecchia, rossa e cinica, che rivivo il passato e non riesco ad accettarne le conseguenze.


lunedì 31 dicembre 2012

solo un’altra spina nella mia corona



Finalmente un giorno per respirare: l’aggiornamento furioso del blog era obbligatorio. Mi sarebbe dispiaciuto parecchio non trovare neanche un ritaglio di tempo per fermarmi a scrivere prima di questa nuova fine, invece mi godo il giorno di riposo e ne approfitto per alleggerire la mente scrivendo tutto quello che mi passa per la testa.



Una nuova fine arriva senza che nulla inizi, ma io sono una nostalgica e un’amante delle ricorrenze, così non posso fare a meno di piantare un ulteriore vessillo sul mio calendario recitando un mesto requiem.



Ricordo che quando ero molto piccola mia madre mi ha letto, o forse raccontato, una storiella sul vecchio signore ricurvo per il pesante fardello del tempo che portava sulle spalle, e il giovane fanciullo allegro e spensierato che arrivava in suo soccorso per prenderne il posto.
Ero una bambina molto impressionabile, e ricordo che quel tardo pomeriggio sono stata ore alla finestra a fissare il giardino avvolto dal grigiore della nebbia, attendendo di veder passare un vecchietto che si portasse via l’anno finito.
Mi ero messa in testa che se l’avessi visto mi sarei precipitata a chiedergli se voleva che l’anno nuovo me lo prendessi io. Del resto ero così piccola e ingenua che avevo la convinzione di dover dominare il mondo, prima o poi.



La tradizione mi impone di fermarmi a scrivere ogni 31 dicembre. Le pagine di anni fa sono piene di buoni propositi, molto più di quanto lo siano le recenti. Negli ultimi anni mi soffermo maggiormente sul passato, indugiando con nostalgia o anche solo con un senso di quieta accettazione su quel che mi è accaduto, piuttosto che volgermi al futuro per avanzare una qualsiasi richiesta.
Non mi aspetto molto dal domani. Il presente mi spaventa per molti versi, e il futuro mi sembra quanto di più grigio io possa immaginare. Ma mi rendo conto che sono pensieri dettati da esigenze concrete e preoccupazioni pratiche, e mi par quasi di sentire una vocina provenire da un evanescente fanciullo biondo che abita su una stella che mi domanda se ricordo ancora quali sono le cose veramente importanti.



Sì, me lo ricordo, e non ho smesso di guardare le stelle, né la luna, né la fune su cui danza Neve.
Sono convinta di aver vissuto esperienze stupende, di aver sfiorato la felicità molte volte in vita mia. Penso che la vita possa ancora sorprendermi, ma sono molto meno affamata e determinata di prima.
Apprezzo infinitamente il benessere quotidiano, quello star bene con poche cose, quella serenità della quale si riesce ad esser estremamente fieri la sera, dopo una giornata filata più o meno liscia, quando posso finalmente conquistarmi qualche abbraccio e la tranquillità della mia “famiglia”.
Non cerco più di esser felice, semplicemente serena, libera il più possibile da preoccupazioni.



Ma quante bolle di sapone ho soffiato verso il cielo con la promessa un giorno di provare a raggiungerle? Vorrei sperare che ci sia ancora qualcosa di grande da conquistare, qualcosa di meraviglioso e inaspettato che attende alle soglie di questo nuovo anno.
Ma non riesco ad andare oltre al pensiero di oggi o della settimana seguente, degli orari che devo ricordarmi e degli impegni che devo incastrare nel pochissimo tempo libero.



Ogni tanto, mentre sono in tram o per strada, costruisco nella mia mente le storie che vorrei scrivere. Si sviluppano sempre di più e le idee continuano a frullarmi in testa, ma poi il tempo passa e non c’è mai modo di concretizzare nulla, e allora mi chiedo a cosa serve aver grandi propositi se poi non riesco a realizzare nemmeno il mio più antico e semplice volere?



No, non mi aspetto niente da questo 2013. L’unico desiderio che sento realmente mio è quello di trovare un lavoro decente appena finirà questo contratto, e riuscire a vivere degnamente.
La me stessa di anche solo due anni fa sarebbe infinitamente triste se leggesse questo post. Ma non lo farà, lei è sepolta sotto la neve.



E del 2012 cosa dire? Se mi faccio due conti devo ammettere che è stato un anno proficuo: mi sono laureata, ho anche trovato un lavoretto temporaneo nonostante la crisi nera, sono riuscita a vedere finalmente il nord.
Cose eclatanti a parte, non posso lamentarmi anche del resto: continuo a vivere con l’uomo che amo riuscendo a uscire dai periodi più neri, ho trovato la mia strada e la mia felicità quotidiana in tutto quello che ci siamo costruiti insieme.
Le amicizie storiche sono ancora lì, ho passato momenti stupendi anche in quest’anno con gli amici di sempre, e forse con alcuni sono comunque sempre troppo poche le occasioni di stare insieme. E poi ci sono le persone nuove, le nuove compagnie, le nuove conoscenze. Persino grazie al lavoro ho trovato una persona che valeva decisamente la pena conoscere. Non posso lamentarmi, questo è certo.



Cosa direi se affacciandomi alla finestra ora vedessi passare quel vecchio ricurvo, che stancamente si trascina sotto il peso dei mesi ricolmi di tutte le nostre esistenze, per andare a morire da qualche parte lontano?
Forse rimarrei a guardarlo tristemente, soffocando la vaga sensazione di capire perfettamente cosa si prova ad avere tutto quel peso addosso.



Sono ancora sul mio sentiero del rimedio. Ho riattraversato i ponti che avevo bruciato, ho rivissuto le favole spogliandole della loro purezza, ho combattuto quella che ero per poter continuare a camminare. Ho svoltato e se mi guardo indietro non so più come tornare sui miei passi: sono oltre il limite (Beyond the pale).




Pain of Salvation - Beyond The Pale

(parafrasando...)

Il sangue, la lussuria, i corpi che colorano il mondo: sono tutte droghe per cui morire.
Non vorresti condividere il mio fuoco?
Come può l’amore rendere questo mondo un campo minato di terreni proibiti?
Una mappa di pelle intoccabile e di desideri taciuti?

E l’amore era lì in vano, intenso e profondo ma segnato dal dolore.
Amando il puro e il sano, cercavo la dea senza macchia -per poi vederla tornare carne-
affamata sia per la purezza che per il peccato.
Sono sempre stata molto più umana di quanto avrei voluto essere,
ma c’è una logica in questo mondo, se loro la potessi vedere...

Qualcuno calmi questa fame (è nel mio sangue) che cresce sempre di più (martallante).
Io sto imparando, tu mi stai bruciando!
Questo non è ciò che avrei voluto essere, questo non è ciò che avrei voluto vedere.

E dopo tutto sono qua pronta a rialzarmi ancora
cercavo un amore che mi potesse far sentire libera,
ma poi si è dimostrato essere qualcosa che fa male dentro quando ci tocchiamo,
e così vado avanti, perdo la mia strada.

Smarrita, sto provando a non sentirmi incatenata,
a bruciare via questa sensazione di sentirmi fredda.
Vieni e annega con me, la risacca ci porterà via,
e vedrai che sono dipendente dalla mia onestà.
Credimi! Perché dopo tutto, il mio senso di verità mi ha portata già una volta qui,
ma ho perso il controllo e non so più se sono sincera con la mia anima.
Ho perso il controllo e non so se sono sincera del tutto.

Siamo sempre stati molto più umani di quanto avremmo voluto essere.
Tutti questi anni ad essere fedele a te, malgrado il desiderio che scorreva nelle mie vene.
E ho sempre cercato di calmare le cose -mandare giù, mandare giù-
“E solo un’altra piccola spina nella mia corona.”
Ma improvvisamente un giorno c’era semplicemente troppo sangue nei miei occhi,
e ho dovuto intraprendere questo viaggio sul sentiero del rimedio dei come e dei perché.


Noi siamo sempre stati molto più umani di quanto avremmo voluto essere.
Noi saremo sempre molto più umani di quanto vorremmo essere.


 
 

sabato 31 dicembre 2011

Bye. Die. (2011)



Ci siamo: altri dodici mesi trascorsi per far cambiare una cifra su un calendario. Da domani tutto sarà esattamente lo stesso, ma la consapevolezza di una consuetudine umana mi farà sentire di un anno più vecchia.
Ma io amo le ricorrenze, adoro le date, i cicli, gli eterni ritorni. Mi piace osservare la mia vita nel tempo e piantare qua e là qualche paletto con nomi e fotografie.
Sono piena di ricordi, così piena da esser sul punto di vederli straripare. E per stare al passo con la mia memoria riempio anche il presente, lo inondo di nuove possibilità e sensazioni mai provate, lo invento a mia immagine e somiglianza andando a pescare là dove non sono mai stata.

Me lo ricorderò questo 2011.
Un anno pieno di lapidi e di nuovi semi piantati. Di dolore indescrivibile e di gioie sconosciute.

Ricordo ancora come è iniziato: all’insegna di una sbronza colossale in un ristorante a Lucca. Non avevo propositi né volevo domandarmi cosa mi avrebbe portato il nuovo anno. Mi interessava soltanto smettere di pensare. Eppure ricordo di essere stata felice, in qualche modo assuefatta alle mie abitudini.

Vivevo di angosce, di frustrazioni, di enormi dubbi che sapevo diventare sempre più grandi eppure evitavo di risolvere. Perché c’erano sempre quei momenti in cui mio sentivo a casa, in cui mi convincevo che quella era la mia vita, in cui mi raccontavo una serie di bugie sull’amore, per non voler ammettere a me stessa che anche gli amori da favola prima o poi si sgretolano.

Un po’ ci ha pensato la vita, e un po’ ci ho pensato io. Ho distrutto tutto quello che amavo.
Prima inconsapevolmente, e poi in pompa magna, travolgendo tutto ciò che avevo costruito negli anni.
Sapevo quel che stavo facendo, ma non volevo fermarmi a riflettere.
Ero in gabbia e non conoscevo che due vie: fuggire o restare.

Invece alla fine ho ucciso me stessa e ho dato alle fiamme tutto quel che restava. E non per creare un elemento perfetto, per purificarmi o per rinascere, ma solo perché non ne potevo più.
E ho fatto errori enormi, errori che ancora non riesco a perdonarmi. Ho peccato nei confronti di quel che avevo di sacro nella mia vita, ho distrutto le mie ali nel tentativo ultimo di volare.

Ho avuto l’inferno, mi ci sono gettata a capofitto, travestendolo da paradiso. E ho vacillato, ho urlato di rabbia e pianto di dolore. Ho attraversato le tenebre attorniata dalle mie peggiori paure senza più avere nessun appiglio e nessuna luce da inseguire.

Mi sono aggrappata a me stessa, e ho tirato fuori tutto quel che potevo. Ho imparato a camminare anche quando il fango arriva alle ginocchia, ho scoperto che l’apparente follia a volte è un ingegnoso metodo dell’inconscio volto all’autodifesa.

Ho divorato me stessa e sono morta ogni notte per colpa di un’idea. Quell’idea mi ha resa folle e mi ha salvato, ha fatto in modo che solo più tardi io guardassi dritta in faccia la vera fonte della mia disperazione. Quando è successo ho capito di esser già stata al mio funerale, ma senza sopportarne a pieno il peso.

Solo allora, quando la verità è diventata semplice e violenta, ho cominciato a piangere le lacrime più amare di tutta la mia vita. Ogni lacrima ha portato con sé un pezzo di quella che ero, e ad ogni sospiro ho recitato il mio requiem.

Tutto è servito, tutto è stato necessario. Sono rinata, e l’ho fatto attraverso migliaia di altre piccole morti.
Ne è passato di tempo, e ho dovuto combattere ancora con quella disperazione che rende folli, che acceca di fronte alla verità.
Ma ho trovato qualcuno disposto a sopportarmi pur di esser ancora lì il giorno in cui sarei guarita.

Ho imparato che gli amori sono infinitamente mutevoli e che le persone non se ne vanno mai realmente. Ma che si può amare di nuovo, si può vivere ancora.
So molte più cose di me stessa adesso: meno favole e più verità. Ho deciso di portare con me il peso di tutto ciò che è stato e di provare a trasformarlo, a dare nomi nuovi alle cose…cambiare le stelle.
Sì, ci avevo già provato in passato, è vero.
La differenza è che ora ci sto riuscendo.

E’ stato un lungo anno. Non dimenticherò nulla. Rimpiango forse qualche cosa.
La fine ha coinciso con un inizio, l’inizio è diventato vita. Quel che chiedo al nuovo anno è solo di continuare a vivere.
Non ci saranno altri anni così…Non ci sarà più la parte di me che con questo 2011 muore per sempre.

***




Con nostalgia e al contempo sollievo, sono contenta di averti mandato a fanculo mio caro, lunghissimo, anno.
Che il nuovo possa essere pieno dei sorrisi che adesso vedo intorno a me.




“She’s sliding, she’s sliding
Down to the dregs of the world
She’s fighting, she’s fighting
The urge to make sand out of pearls



Heaven can wait
And hell’s too far to go
Somewhere between what you need
And you know
And they are trying to drive
The escalator into the ground



She’s hiding, she’s hiding
On a battleship with baggage to roam
There’s thunder, there’s lightning
And an avalanche of faces you know.



Heaven can wait
And hell’s too far to go
Somewhere between what you need
And you know
And they are trying to drive
The escalator into the ground



And you left your credentials
In a Greyhound station
With a first aid kit and a flashlight
Going to a desert unknown



Heaven can wait
And hell’s too far to go
Somewhere between what you need
And you know
And they are trying to drive
The escalator into the ground.”


(Charlotte Gainsbourg – Heaven can wait)