~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

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domenica 21 agosto 2016

There is no one to blame...

...but me.

(Shamrain - To Leave)


Vorrei raccontarti di quando caddero le stelle e persi me stessa. Vorrei farti i vedere i sogni prendere la forma di una lucida follia senza ritorno. Vorrei spiegarti perché i desideri hanno la profondità di due occhi verdi che si perdono nella luce del tramonto, perché la voce di Mika Tauriainen suona come neve mai caduta in inverni dimenticati, perché le cose si rompono e non ce ne facciamo una ragione neanche dopo molti anni.

Vorrei poterti parlare dell'amore come nessuno lo ha fatto mai, descriverti la sua voce, il modo in cui mi guardava, le poesie meravigliose che ci siamo scritti, le tragedie che si sono consumate nella distanza infinita di una retta che collega infiniti punti, destinati a congiungersi senza futuro. 


Vorrei darti il mio cuore affinché tu possa vivere la favola come l'ho vissuta io, senza tramite di parole, giudizi, interpretazioni. Ma la verità è persa per sempre, sepolta sotto i cocci delle certezze infrante, e non c'è modo in cui io possa davvero raccontartela. 

Serbiamo tesori inestimabili di ricordi soltanto nostri, celati nelle profondità della memoria. Quelli di cui non parliamo mai, se non in qualche serata un po' alcolica, per metafore o allusioni, senza dire poi nulla, lasciando che le parole incespichino e si perdano nei discorsi di qualcun'altro che inevitabilmente ci parlerà sopra.

Vorrei che ci fosse un modo di raccontare la storia d'amore più bella che io abbia mai vissuto senza sentire il peso della colpa.



Vorrei che quel bracciale non si fosse mai rotto. Sette anni sono davvero tanti. Mi sono sempre chiesta come sarebbe successo, quando o perché. Immaginavo che avrei recepito una sorta di segno, così come è sempre stato con lui: un labirinto di coincidenze e magie difficili da spiegare.
Invece no...in una sera di fine estate, al ritorno dalle vacanze, a pochi giorni dall'acquisto della casa, in un periodo in cui tutto sembra cambiare eppure niente viene stravolto....*fran*. Rotto.


“A me m'ha sempre colpito questa faccenda dei quadri. Stanno su per anni, poi senza che accada nulla, ma nulla dico, fran, giù, cadono. Stanno lì attaccati al chiodo, nessuno gli fa niente, ma loro a un certo punto, fran, cadono giù, come sassi. Nel silenzio più assoluto, con tutto immobile intorno, non una mosca che vola, e loro, fran. Non c'è una ragione. Perché proprio in quell'istante? Non si sa. Fran." (Baricco)

Sorrido al ricordo di quel giorno, al pretesto che ci ha portati ad avere quei due fili di stoffa e ad intrecciarli con le nostre mani, le nostre vite, i nostri desideri che avevano un destino già segnato.
Tanto più ci sentivamo fragili e senza futuro, tanto più era smisurata la bellezza effimera del nostro sogno.

Non sono mai guarita davvero. Ho perso tutto e avuto ogni cosa nello stesso istante.
Niente è più stato lo stesso nella mia vita. La purezza delle certezze, persa per sempre.



Ho una foto di quei giorni, e anche a distanza di tanto tempo mi trasmette intensamente la desolazione e la forza che ho provato in quei momenti. 
E' strano vedere la mia pelle ancora candida e quasi del tutto inviolata. Ma covavo nelle viscere tutto il nero che poi sarebbe trapelato, un po' per volta, lasciando le cicatrici che ora mi porto addosso sotto forma di inchiostro. 
E' iniziato tutto da lì, da un sogno, una spirale...una voragine.
My story to tell.

"We've come too far, not another day...no more 
there is no return, no words to explain
no excuses left to make, there is no one to blame
there is no one else to blame...but me."




martedì 21 luglio 2015

Funambolismi. Neve.

"Ci sono due specie di persone. Ci sono quelli che vivono, giocano e muoiono. E ci sono quelli che si tengono in equilibrio sul crinale della vita. Ci sono gli attori. E ci sono i funamboli." Neve - 雪 - M. Fermine


mercoledì 10 giugno 2015

Second Love. The end of my Remedy Lane.



Dare voce a qualcosa che ha un profondo significato è sempre un'arma a doppio taglio. 
Forse sono stata ambiziosa: ri-arrangiare i POS per voce e basso (e che bassista!!), voler sfidare la voce che più amo (Daniel), provare ad esternare emozioni che in fin dei conti sono significative solo per me.
Ma è andata alla grande, molto meglio di quanto sperassi. 

Ed è stato meraviglioso poterlo fare con te: la prova più grande che il secondo amore esiste, ed è ancora più immenso.









lunedì 16 marzo 2015

Road to extinction



Extinct, gone forever. Irretrievably gone.

Extinction. Comes from the latin to extinguish. 

To abolish, to destroy. To put out as a flame.

A deeper darkness stripped of the possibility of a return to light.

A death-dealing darkness made more desolate, more outrageous by its permanence.

How much worse, how much outrageous, then, to bring on a darkness like this by an act of will.


The future is dark, but it's all that we've got.











...and Angels fall first.



Ghosts of the Midwinter Fires

Quando il vento soffia feroce, Lei urla più forte...



Scalcia prepotente dentro la mia anima, squarcia la ragione e ottenebra la mente. 
E' quella parte di me che ulula nelle notti di luna piena o nel buio di un cielo stellato, è la creatura che corre a quattro zampe, è l'alter ego a cui ho dato il nome di un ciondolo magico: Aurin.

E' tutto ciò di selvaggio e di più vero che mi porto dentro, la somma dei miei fantasmi e della mia forza nel sostenerli.

Quante volte ho provato a relegarla nella camera segreta della mia fantasia, ma lei urla e si agita e sbatte le porte delle mie stupide censure. 

Vuole correre, libera, cavalcare il vento, ferirsi il viso con i rami nel bosco. 
Aurin è la forza più grande che ho dentro di me, ma è indomabile, imprevedibile, e così follemente attirata dalla voragine che circonda la fune su cui costantemente avanzo.

In una notte come questa, buia e agitata da un vento feroce, le sue urla mi perforano la mente.
La sua intransigenza mi tenta, la sua voce che mi chiama e mi invita a fuggire è soave come il canto della più infame sirena.

Fuggi Aurin, fuggi davanti a chi non ti merita, a chi ti ha tradita, a chi non ha saputo essere come desideravi, a chi ti vuole prosciugare, usare, a chi pretende di conoscerti, a chi ti ossessiona, a chi ti tormenta rubandoti la forza della tua primordiale e istintiva sopravvivenza.

Quanto è dolce l'idea della fuga da tutto il fango che ti circonda, dagli inetti, dai deboli, dalle menzogne dell'ipocrisia.

Hai sempre creduto di essere speciale, di essere forte, di essere intelligente. A cosa ti è servito? Sprofondi lentamente verso il baratro e tutti gli sforzi che ti ostini a compiere risultano vani.

Ringhia allora, e grida, e scalpita e lacera con i tuoi artigli. 

Sono una guerriera, lo sono ogni fottuto giorno della mia vita.
E sono anche una perdente, ma conservo la mia purezza.

Corri al mio fianco Mantodivolpe, ho bisogno di te più che mai. 



"I thought I'd seen hell
Thought I knew it all
Now I know too well
Hell is to wake up
But it makes all the difference

Tasting the tears in my mouth
Taking the weight on my shoulders
The hours and days of your life
Don't necessarily make you older

I'm sick of running away
Along these bloody streets
I'm sick of predators and prey
Of being everybody's end!

I've washed my hands of your blood
Thought it would leave me clean
But with time on my hands
It turned to mud forming this crust of sin

Now - to be truly free
I'll let it come to me
So -break me if you must
When you break this crust
Freedom is to see

Hear this voice, see this man
Standing before you I'm just a child
Just a man learning to yield

I hate these hands soaked in blood
I hate what these eyes have seen
Up to my knees in filth and mud
How it hurts to become clean

I was always on my mind
But never on my side
Run - but if you run away
You'll always have to hide
So if you need to run
Run for help!"

Pain of Salvation - Reconciliation



sabato 13 dicembre 2014

Primavera alla deriva


Abbiamo avuto una stupenda primavera,
dipinta a pennellate rapide e colorate su tele effimere,
sottili come ali di farfalla nella brezza di marzo.
E’ stata una primavera di una durata straordinaria,
così lunga che abbiamo voluto crederla eterna,
piena di sementi pronte a sbocciare per creare nuova vita.
E’ stata la nostra giovinezza, la terra di nessuno
su cui costruire nuovi mondi per trovarvi rifugio negli anni a venire.

Poi il vento impetuoso, quello che ci ha travolti nei tiepidi pomeriggi,
cullandoci immersi in oceani fioriti,
ha lasciato posto all’arsura e alla terra incandescente.
La nostra estate è arrivata molto tempo dopo,
ed è stata folle e rovente.
Ci ha prosciugati e abbandonati sotto un sole violento
a cercare di starci addosso anche quando faceva male.
La nostra giovinezza era già svanita,
ma l’estate bruciava nelle ossa e alimentava quella fiamma
che volevamo chiamare soltanto nostra.

Sarebbe dovuto arrivare l’autunno prima o poi,
dovevamo saperlo.
Ma ci sforzavamo di cercare il colore del grano nell’oro delle foglie cadute,
e la soffice brezza primaverile nel vento che s’alzava dalla terra;
quel vento che adesso abbracciava la polvere sporca,
e ci turbinava attorno, scoperchiando i fragili tetti del nostro rifugio.
Come scoiattoli operosi avevamo messo via ricordi
ed emozioni nei momenti felici, per poterli inseguire
ora che la decadenza dell’autunno sbiadiva tutte le cose.
Forse non ci siamo mai accorti che il sole non scaldava più la pelle,
e che dietro la corteccia spessa il verde marciva.
Non eravamo ancora pronti a lasciarci sfuggire la giovinezza.

Quando è giunto l’inverno avevamo già dato fondo
a buona parte delle nostre provviste.
I cristalli di gelo, splendidi come diamanti e feroci come demoni,
ci hanno sorpresi alle spalle.
Noi ancora volgevamo lo sguardo indietro, ai momenti più dolci,
incapaci di accettare il lento deperire
che già in quella lontana primavera germogliava,
non per vivere, ma per iniziare a morire.
Alla prima leggera spolverata di neve ci siamo stretti più forte,
ma il freddo ci ha indurito il cuore
fino a impedirci di continuare anche solo a sfiorarci.
Il nostro inverno è avanzato lento e inesorabile,
mentre attraverso bufere e tormente ancora ci cercavamo,
incapaci di accettare il suo spietato volere.

Il nostro inverno era vestito di primavera quando ci ha consumati.
Ci ha resi orfani di quella favola
che avrebbe dovuto difenderci per sempre.

lunedì 3 novembre 2014



Così presto tutto passa.
Niente si sa, tutto si immagina.
Circondati di rose, ama, bevi.
Il resto è niente.












giovedì 4 settembre 2014

Malte Laurids Brigge

"Ancora per poco posso scrivere…Ma verrà un giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non voglio. 
Arriverà il tempo dell’altra interpretazione, e non rimarrà più una parola sull’altra e ogni senso si dissolverà come nube e ricadrà come acqua.
Nonostante la paura, sono come uno che sta davanti a qualcosa di grande, e ricordo che un tempo mi succedeva spesso qualcosa di simile, prima che cominciassi a scrivere.
Ma questa volta sarò io ad essere scritto. Io sono l’impressione che si trasformerà.
Ah, manca un niente, e potrei capire, approvare tutto questo. Un passo soltanto e la mia profonda miseria diverrebbe beatitudine.
Ma non posso fare questo passo, sono caduto e non posso più rialzarmi, perché sono a pezzi."




"Guàrdati dalla luce, che rende più vuoto lo spazio.
Non girare la testa, che a volte un’ombra non s’alzi alle tue spalle, come il tuo despota.
Meglio se fossi rimasto al buio, forse, e il tuo cuore sconfinato avesse cercato d’essere il cuore greve dell’Indistinto." 

R. M. Rilke - I quaderni di Malte Laurids Brigge

lunedì 23 giugno 2014

Il destino di una Volpe


"Perché la volpe è triste?" - chiese il Piccolo Principe 


"Perché l'hanno addomesticata e le hanno insegnato ad aspettare. Ma il rumore del vento nel grano le sussurra i nomi di coloro che ha amato e non sono più tornati."



mercoledì 14 maggio 2014

Nowhere in Time. Trailer.


C'è ancora la rugiada sull'erba e la campagna intorno è silenziosa. Il passaggio è rimasto aperto e stavolta non ci sono più segreti: avanziamo a passi decisi attraverso l'intreccio di rami tra i respiri affannosi per tutto il peso caricato in spalla, dritti fino al cortile dove la vista di "lei" si erge maestosa e inquietante proprio come ce la ricordavamo.
Mi guardo intorno ed è tutto esattamente come nelle mie memorie, soltanto il caldo è meno cocente rispetto a quell'agosto in cui l'ho vista per la prima volta.
Abbiamo da fare, c'è un set da montare, le riprese che ci aspettano saranno intensive e tutti si mettono all'opera.

Ma io mi fermo e la sento respirare. In cuor mio, silenziosamente, la saluto e le chiedo scusa per non aver resistito alla tentazione di tornare a disturbarla.

La mattinata passa veloce, le riprese del video vanno alla grande e io ho un sacco da fare. 
Quando il sole è alto a mezzogiorno il ritmo inizia a diminuire, e il vento sale dalla campagna soffiando verso di noi. Lo sento sussurrare tra le foglie e insinuarsi tra le rovine.
Tutto è morto lì dentro eppur tutto si muove.

Ascolto il bisbigliare dei fantasmi che non sono altro che vestigia di un glorioso passato, chiudo gli occhi e lascio che tutto mi attraversi. Sono in pace, sono vuota, sono in un limbo tra il passato e il presente in cui c'è soltanto lei: eterna.
L'aria è densa di presenze indefinite e persino i miei passi tra l'erba alta adesso sussurrano di rimando al vento.
Sono parte di qualcosa di stupendo che invece agli altri fa paura. Vogliono andarsene via in fretta appena tutto è finito.

Attraverso il portone accarezzando le rovine con lo sguardo ancora una volta, e la saluto con una promessa: tornerò soltanto un'altra volta, con la neve.


E questo è un assaggio dell'ultima fatica dei Cruenta.
Un po' ti ho pensato, mentre mi improvvisavo cameraman di un video horror. 
Percorro strade che non dovevano essere le mie.


martedì 4 marzo 2014

Triade

"Prima che siano trenta, è giunto il momento di completare la triade."
Così parlò Lunacy.

E quando mi metto in testa una cosa la faccio, non c'è scampo! Ho deciso molti anni fa che avrei fatto tre tatuaggi. Un numero perfetto, perfetto quanto basta per rappresentare le cose importanti per me. Sapevo che avrei finito l'opera, nel tempo, non sapevo quando, non sapevo come, ma avevo le idee chiare sui significati che volevo inscrivere sopra e sotto la pelle.

A volte mi chiedo se ho fatto male a lasciar trascorrere così tanti anni prima di realizzare il progetto completo, ma a giudicare da come il significato del secondo si è evoluto e ha trovato nuova forma nella volpe funambola, credo sia un bene osservare come maturano le idee assumendo linee inaspettate. 

Mancava l'Aurin, mancava...fino a poche ore fa.
Di nuovo i primi giorni di marzo, come tradizione vuole. Mi hanno persino spostato l'appuntamento che doveva essere a fine febbraio. E poi non venitemi a dire che sono una visionaria se le date continuano a coincidere anche contro il mio volere, se le ricorrenze mi perseguitano, se ogni anno a febbraio annego e a marzo riprendo a respirare.

"Due serpenti che si mordono le code in un perenne girotondo: Aurin realizza i sogni. Tutti i sogni.
In un circolo in cui Gioia e Dolore iniziano e finiscono nello stesso modo, parti non divisibili della stessa essenza.
Aurin è la guida nella lotta contro il Nulla che distrugge Fantàsia. Perchè niente è più forte di un sogno. Di un desiderio. Di una speranza.
Aurin è il sogno primordiale, la goccia di vita che dopo la distruzione ricrea."

Aurin è stato anche il nome del mio alter ego, della sognatrice, della cacciatrice indomita che scalciava nella mia mente e non trovava forma della realtà. 
Sono riuscita a diventare un po' lei, negli anni, e contemporaneamente ho smesso di sognare pur continuando a camminare su una fune.
Sono una somma contorta di paradossi che non si risolvono mai, e credo nei sogni con la stessa forza con la quale poi li distruggo.

E' un Aurin rovinato, non risplende, sta cadendo a pezzi. 
Ma è pur sempre lì, a ricordarmi che senza i desideri non sono nulla. 

sabato 5 ottobre 2013

The fox's den

Casa mia. Il buio è così perfetto che tutta la mia vita in mezzo al traffico, allo smog, al trambusto cittadino, mi sembra una farsa insopportabile.

Brindo ai miei, a tutti gli anni che hanno passato insieme, e sento di essere con le uniche persone al mondo che non mi deluderanno mai. 
Eppure sono scappata anche da loro. Ma per ogni cosa c’è il suo tempo, e quando il tempo è scaduto bisogna aver la forza di andarsene.

Penso ai miei errori, ai propositi di non commetterli mai più….alla mia convinzione di aver fatto scelte ben mirate questa volta. Quante certezze ci costruiamo per ripararci dalla realtà che non è mai come la vorremmo?
Non mi pento delle mie scelte, davvero, di nessuna, ma sono costretta a prendere atto dei miei fallimenti continui.

Vorrei avere il potere di cambiare le cose, la capacità di accettare, sorvolare, ingoiare, fregarmene. Ma a chi la voglio dare a bere? So bene come sono fatta. 

Continuo sulla mia strada e perdo pezzi. Ma sono capace di adattarmi e di cambiare forma infinite volte, devo solo continuare a trovarne la forza. 
Non importa se ho un altro squarcio e se ho dovuto una volta ancora ributtare tutto dentro, come Malte disteso sul letto a fronteggiare la “Cosa Grande”. E’ una febbre che nessuno vede, non ha cura e non c’è consolazione.

Ascolto il vento fra gli alberi mentre mio padre si ostina a voler cambiare una lampadina della mia macchina nel cuore della notte. Si preoccupa troppo, e forse fa bene.
Ripenso alle stelle, ai miei sogni, alle notti ferma in macchina a guardare il cielo perché tanto sapevo che non sarei riuscita a dormire. Per un attimo ho la sensazione che io non ce la farò mai a restare in un qualsiasi posto senza impazzire.

E’ ora di tornare da casa mia…ho un’altra casa che mi aspetta, in un posto che odio ma che è diventato in ogni caso “mio”. 
Percorro le stesse vie che ho fatto migliaia di volte prima di andarmene. Mi godo il buio, la strada che sembra finire nel nulla, i NIN nelle orecchie. Sento i miei fantasmi, sono lì con me. 

Poi parte Only, e penso a quanto mi è stata utile quella canzone quando ho dovuto imparare a fare la volpe senza principi e senza stelle. Mi ricordo bene quel periodo, quelle notti, ancora non so come ho fatto a tirarmene fuori, forse non ne sono mai realmente uscita.

Ma è allora che ho visto lei: con un balzo maestoso mi ha attraversato la strada, si è fermata un secondo a guardarmi, poi è sparita nel buio. 
Sì, una volpe. Ho pianto come una bambina.

venerdì 4 ottobre 2013

Sleeping with ghosts

Non riesco a dormire, e sono patetica se mi ritrovo a scrivere solo quando ho un nodo alla gola e non conosco altro rimedio per sentirmi meglio. Una scrittrice delle cause perse, una Adele H. che cerca una cura fai da te, ma non è ancora diventata abbastanza cieca da essere in grado di sopportare la realtà.
Pensavo che non mi sarebbe più successo: riversare fuori all’improvviso tutto quello che a suo tempo ho cercato di buttar dentro alla rinfusa. I’m healing now, diceva Daniel. E sono guarita, ovvio che sono guarita. Dovevo guarire, non c’erano altre strade.
La verità è che i fantasmi non se ne vanno mai, anche quando si fanno più silenziosi dandoti quasi l’impressione di essertene liberata. Sono consapevole di portarmi dentro tutto quello che è stato, la parte di me che ho dovuto uccidere, i miei incubi, la mia voragine, la mia vita che mi ha resa quella che sono. Non ho mai sentito il peso alleggerirsi, mai. Ho semplicemente imparato a conviverci.
Ero convinta di cavarmela piuttosto bene ormai. Molte piccole cose che fino a qualche mese fa mi riportavano sull’orlo della voragine adesso avevo imparato a controllarle. Una confortante insensibilità.
Tutte balle. Come mente bene la mente al cuore.
Basta uno stupidissimo evento, che scatena altri eventi, e una catena di casualità insignificanti si sprigiona fino ad arrivarti come un cazzotto in pieno stomaco. Ecco fatto: tutto quello che avevi stipato dentro se ne esce in un solo istante e finisce ovunque, sparpagliato. Ci sono tutti i tuoi fantasmi, i tuoi demoni, il tuo sangue versato. E non ce la fai a guardarli così direttamente in faccia.
E allora piangi e non riesci a trattenere gli spasmi del tuo corpo che fanno ancora male come la prima volta. E sembra quasi un film nel quale puntualmente torna la stessa scena: sei ancora lì al buio in macchina, con la stessa canzone, lo stesso dolore e la vista annebbiata.
Ma chi cazzo te lo fa fare di ricostruirti una vita se tanto sai bene che cammini in circoli? L’hai sempre saputo, fin da quando la prima volta ti sei accorta di esserti innamorata dell’impossibile.
Parlo a te che non sei più me. Ma ne sono poi così sicura? Rivedo le stesse scene, sento la tua voce, eppure sono certa di averti uccisa.
Sono più forte io. Tranne quando la vita mi prende a cazzotti sullo stomaco.
Divertenti, le coincidenze. Due parole su quel che è stato, i fantasmi che d’improvviso ti assalgono, e la realtà che sovrapponendosi a ciò che la tua mente cerca di evitare ti costringe ad accorgerti che è sempre la stessa storia. Anzi, stavolta è peggio, perché la vita ti ha presentato il conto facendotelo salato. Quel che rifuggivi alla fine te lo sei scelto, ed è inutile che te ne penti adesso, lo sapevi a cosa andavi incontro.
Ci illudiamo di amare qualcuno, qualcosa, una situazione, una prospettiva di vita.
Ma siamo semplicemente soli. Soli con i nostri ciclici ritorni di tutto quello che avremmo voluto evitare.
Soli con la consapevolezza che anche se qualcuno riesce a toccarci il cuore, la vita riuscirà a farcelo dimenticare. No one there, Sami lo sapeva.
Odio quel che ho avuto e mi struggo di nostalgia per ciò che non avrò mai.
Non riesco a vivere, non ci sono mai riuscita. Ho sempre troppe aspettative e le delusioni inizio a non sopportarle davvero più.


Ma sono una scrittrice patetica, probabilmente è ciò che mi merito.

...

Il fatto è che sto perdendo pezzi.
Ogni volta che qualcosa si rompe mi chiedo dove vadano a finire tutti i cocci che non riesco più a far combaciare alle estremità.
Compromessi, facciamo altri compromessi.
Sai cosa mi ferisce, forse solo in parte, ma non basta a non fartelo fare.
Vogliamo la nostra libertà, pretendiamo ciò che ci spetta. I compromessi aggiustano tutto.
Eppure ogni volta che ingoio le lacrime c’è qualcosa che si perde per sempre.
Temo il giorno in cui arriverà la sensazione che neanche l’amore basterà più.

….and love is not enough.


martedì 26 febbraio 2013

Desassosego - un Pozzo che fissa il Cielo

"Il mio carattere è del genere interiore, autocentrico, muto, non autosufficiente, ma perduto in se stesso."



Ricorrenze. Gli anni sono passati, avidi e frettolosi nel loro incedere. Erano i primi giorni di marzo, e così sarà anche stavolta.
Avevo sempre desiderato un segno indelebile sulla mia pelle, ma ero convinta che l’unico soggetto che potesse andar bene per sempre dovesse per forza essere qualcosa che riguardasse sé stessi, soltanto sé stessi.
Poi invece mi sono innamorata.

“I have dwelled in the dark so long that I have become the night.”

Ti ricordi quando ti ho chiesto di disegnare la mia ombra? L’hai fatto anche se continuavi ad insistere perché io non facessi quella “follia”. E l’hai creata perfetta, esattamente come la volevo.

Una sagoma nera, una creatura fantastica, estranea al reale, aliena, nata senza possibilità di vivere normalmente, adagiata su una luna completamente buia.
Una creatura dotata di ali, ma troppo grandi per non esser goffa. Solo un’ombra malinconica, solitaria come la luna. Una luna che mostra la sua faccia buia.
L’unica luce viene da una stella sperduta: il mio faro nell’oscurità.

Volevo sulla pelle la mia ombra, la mia gemella rinnegata. Lei che mi sta sempre alle spalle, lei che è morta, lei che porto ancora con me, lei che nessuno riusciva mai a trovare.
E volevo che parlasse di me, e di te, e di come l’amore cambia la vita.
Volevo un simbolo, un custode silenzioso che vegliasse proprio lì dove io non riuscivo a vedere.

A distanza di tempo mi chiedo se lo facciano apposta le cose ad assumere significati diversi, tutti in egual modo valevoli, man mano che l’esistenza evolve e si trasforma. Quel che un tempo vegliava, ergendosi a simbolo di una luce nelle tenebre, è adesso tornato all’essenza sua originaria: un’ombra alle spalle.
Un’ombra che svanisce inesorabilmente con il tempo, ma che non dimentica il giorno in cui qualcuno l’ha trovata. E se scompare non è perché si perde, ma perché si nasconde sotto la pelle che si è fatta suo mausoleo.
Ancora oggi mi piace ricordarmi di lei, perché ogni tanto sento la sua voce, che riecheggia nell’oscurità in cui l’ho relegata.

Questa volta sarà il tempo di Neve, della Volpe funambola, del mio Desiderio. Tutto insieme, come tutto è parte di me.
Sì, perché poi mi sono innamorata di nuovo.



"Confessa pure; ma confessa ciò che non senti. Libera pure la tua anima dal peso dei suoi segreti raccontandoli, ma meglio sarebbe se il segreto che racconti non lo avessi mai rivelato. Mentisci a te stesso prima di raccontare quella verità. Esprimersi è sempre sbagliare."




“Neanche dipingendo questo vetro di ombre colorate nascondo a me stesso
il rumore della vita altrui mentre la guardo dal lato opposto.”




“La banalità mi tormenta. Stanco, chiudo le imposte delle mie finestre, escludo il mondo e per un momento ho la libertà.”




“C’è una grande stanchezza nell’anima del mio cuore. Mi intristisce
colui che non sono mai stato e non so che specie di nostalgia sia il
ricordo che ho di lui. Sono caduto addosso alle speranze e alle
certezze, con tutti i tramonti.”




“Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste.”



“Se il mondo può essere considerato un’illusione e un fantasma, tutto quello che ci succede possiamo considerarlo un sogno, qualcosa che ha finto di esistere mentre stavamo dormendo. E
allora nasce in noi un’indifferenza sottile e profonda verso tutte le disgrazie e le sciagure della vita.”




"La sete di essere completo mi ha lasciato in questo stato di inutile pena. La futilità tragica della vita."


- F. Pessoa -

giovedì 22 novembre 2012

Hai le borse sotto gli occhi



Sole d’autunno che fa quasi un po’ primavera. Sensazioni di colori accesi che si apprestano a scomparire e di un freddo pungente che accende stelle nel cielo. Non mi fa più lo stesso effetto questo periodo, forse sono solo un po’ meno viva di prima, e mi dipingo le unghie di bianco per pensare alla neve.

Mi guardo e non mi vedo mai com’ero. Cambiano le espressioni, le rughe del viso, la leggerezza dei miei passi. Sono nervosa, sono terrorizzata a volte.
Non ho più fiducia in me stessa e mi manca quella sicurezza un po’ imprudente di chi non teme nulla perché in fondo nulla gli importa davvero, perché tanto c’è ancora un sacco di strada davanti, perché se oggi non va bene domani andrà meglio. E con certe premesse, chi se ne frega dei piccoli fallimenti?

Non mi sopporto più quando ripeto per l’ennesima volta che dev’essere colpa della vecchiaia. Quel che è certo è che mi manca l’energia che spaccava tutto, la voglia di mettermi sempre in gioco, il menefreghismo, l’ottimismo riguardo me stessa, la presunzione di potermela sempre cavare.
Inizio a capire cosa vuol dire avere più ricordi che desideri, a comprendere perché ogni cosa a cui ci si lega diventa simile a un macigno rassicurante dal quale non ci si vuole più staccare.

Più sono le cose a cui tengo e più è difficile mantenere la leggerezza, la sconsideratezza della funambola.
Ogni passo falso non è più solo mio, troppe sono le carte disposte in tavola. Ho quasi dimenticato che forma ha la figura dell’appeso.

Nonostante questo riesco a bere un po’ di sole, a farmi forza con le piccole cose che voglio conquistare. Non dormo per notti intere, nervosa per la prova che mi aspetta, poi mi ritrovo a piegare pigiami e mutande per clienti facoltose e mi domando come ho potuto agitarmi tanto.
Cerco di ricordare a me stessa che una volta mi credevo intelligente. Una volta ero piena di ambizioni.

Si sgretola lentamente quella parte di me che non si poneva limiti e prendeva a calci le paure.
Un tempo temevo me stessa molto più del mondo, ora che invece ho fatto pace con la mia ombra non sono più la persona che avrei voluto essere.

Leggo i racconti di Mann uno dopo l’altro bevendo l’inchiostro come fosse acqua di fonte, e respiro dalle pagine consunte quell’indolente incapacità di vivere che non lascia scampo a nessuno dei suoi personaggi.
Giro le pagine una dopo l’altra e ancora spero che ci sia un lieto fine, soltanto uno. Eppure so benissimo che ognuno di quei personaggi sperimenterà null’altro che frustrazione, delusione, incapacità di esistere degnamente.
E dire che avevo evitato di ributtarmi su Pessoa proprio per scongiurare di finire nel gorgo dell’inquietudine.
Ma c’è qualcosa di bello in quelle pedine mosse da un destino più grande. Qualcosa di bello come un fiore sepolto: hai il sentore che ci sia, ma non ne avrai mai la prova.
Forse dovrei cambiare letture, almeno finché il mio umore non migliora.

“Prendi la pappa reale” – mi ripete mia madre, e sorrido per come a lei le cose appaiono tanto semplici. Ho voglia di neve, e di sole e di stelle. Voglia di smetterla di pensare a questo lavoro che forse avrò, a questo scorrere delle giornate verso qualcosa di utile ma così insensato.
Voglia di trovare le isole fortunate di Pessoa, da qualche parte a sud di tutte le cose. Voglia di mare nel cassetto e di mille bolle blu.

“Sai che d’inverno si vive bene come di primavera?”. Di tanto in tanto quel tonfo che sento nel cuore somiglia proprio all’irruenza con cui Battiato attacca “Alexander platz”.
E ti ricordi che faceva caldo ed era una splendida sera d’estate quando per la prima volta ho sentito questa canzone così piena di inverno?

Vorrei prendere Kim e camminare per ore senza pensare a niente, e poi risponderti al telefono e scoprirmi a sorridere ogni volta che risento la tua voce, mille e ancora mille volte al giorno. Sorrido dentro e non ne posso fare a meno. E non ne posso fare a meno perché ti amo.

“Tarvitsen sinua”. Apro la cronologia di una vecchia conversazione e trovo queste due parole in mezzo a tante altre chiacchiere inutili. “Dovresti imparare a leggere tra le righe” - ti ho scritto poco più sotto, dopodiché il caos.
Chissà se hai mai capito che ti volevo solo dire di notare quelle due parole, abbandonate lì tra altri miliardi di pixel senza senso. No, non le hai mai viste, il tuo ego era troppo grande per permetterti di vedere.

E in cuor mio sento per un istante quella consolazione profonda di chi a distanza di tempo può dirsi fortunato dopo una grande sofferenza.



“E’ il momento di sentire la paura per mantenere l’attenzione.
Ed è il momento di dormire per attingere alla conoscenza.
Queste sono le radici che affondano nel nulla.
Questi i venti sibilanti che non portano in alcun luogo.
E’ il momento dell’alba di un giorno che non arriverà mai.
Posso offrirti un rifugio per sfuggire al dolore.
Puoi provare a resistere, ma sarai deriso dalla sconfitta.
Come puoi ritardare ancora l’inevitabile?
La coppa è vuota, non può più essere riempita.
Ma tutta la sete ora può placarsi.
Questo è l’antidoto.”

martedì 2 ottobre 2012

Tutto fa un po' male



Settembre è già alle spalle e io non ho ancora visto la nebbia. Mi alzo presto la mattina e mi affaccio alla finestra solo per chiudere gli occhi e immaginarmi casa mia.

L’orizzonte è lontano e la nebbia sale dai campi rendendo la visuale sfuocata. È un mondo che non c’è, un limbo che non ha nome, una terra di nessuno sospesa tra sogno e realtà.
È una coltre leggera di fumo che rende meno buia la notte ma non ti lascia vedere dove stai andando.

Mi manca, a volte, la strada che sembra non aver termine; mi manca il silenzio della notte, la sensazione di essere irrimediabilmente distante da tutto.
Sono tornata a casa di rado ultimamente. Sento la mancanza di Kim, dei miei genitori. Ma purtroppo manca anche il tempo, e con quello non si può certo scendere a compromessi.
E mi sento smarrita senza la nebbia in autunno. Sarà assurdo, ma qui non arriva.



Ieri sono stata a casa. Ogni tanto, quando torno, mi impongo di sistemare qualcosa che ho lasciato in sospeso. Perché ormai è passato un sacco di tempo e sembra tutto normale, ma quando ho deciso di andar via l’ho fatto all’improvviso. Non se lo aspettava nessuno, e non c’è stato nemmeno il tempo di mettere un punto alla fine di ogni frase.

Non accendevo il pc fisso da…da? Non lo so da quanto, il fatto è che è rimasto tutto com’era prima che me ne andassi. Il tempo si è fermato ad un giorno imprecisato di un anno e mezzo fa, e sul desktop è pieno di documenti temporanei che non ho più cancellato, di files lasciati in sospeso, di icone di programmi che non ho usato più.

Sembrerà una stupidaggine, ma mi ha lasciato un senso stranissimo addosso. Smanettare qualche minuto su quel computer è stato come rivedere me stessa prima che tutto cambiasse.
La mia vita era quasi tutta lì, per il resto c’era solo un enorme baratro. Quel baratro che ho dovuto saltare a piedi uniti per poterne uscire davvero.

Non sono sicura di aver ancora trovato il modo di fare la pace con me stessa, così come non so ancora se sono in grado di giudicarmi per quella che ero, di affermare con certezza che era tutto sbagliato.
La distanza che adesso mi separa da quel periodo della mia vita è netta, ad osservarmi con il senno di poi non ritrovo oggi quasi nulla di quel che ero. Ma quanti anni ho passato così? Quanto è stata strana la mia vita? Quanto mi ha dato come persona quel contesto? E le persone che lì ho conosciuto? Alcune di queste sono ancora tra le persone più importanti della mia vita.
Eppure continuo a sentirmi addosso quel sentore di terribilmente sbagliato e non riesco a capire in quanta parte riguardi soltanto me.

È un discorso difficile, mi rendo conto di non essere ancora in grado di avere una visione d’insieme, distaccata abbastanza da poter analizzare la situazione con obiettività.
Lascio tutto in un cassetto e mi riservo di riaprirlo ogni tanto, solo per cercarvi delle risposte che non trovo mai.

Fisso lo schermo e mi sembra un vortice pronto ad inghiottirmi di nuovo. Mi vien voglia di ritrovare me stessa, di potermi osservare adesso per com’ero prima, di capire se nonostante tutto ero felice…se ero...migliore?
Rileggo me stessa ed è tutto ancora più strano. Non so più distinguere il bene dal male, mentre cresce in me il dubbio atroce che non fosse poi tutto sbagliato. Uno o due passi falsi…che se li avessi potuti evitare sarebbe stato tutto diverso.

Ma lo so che non è così, so che tutto è stato necessario, so che prima o poi sarei dovuta uscirne e va bene che sia andata così.
Anche se sono stata estrema fino al limite del possibile, anche se ho distrutto tutto in pochi attimi e senza pietà per nessuno, me per prima.


“Lo capiremo prima o poi, che non c’è modo di rinascere senza peccare.
Ma tu hai voglia di rinascere, o è solo che non sai come finire?”



A volte cerco di ripensarci, di ripercorrere le tappe, di analizzare la situazione per intero. Ma è tutto inutile, lo è sempre stato.
Avrei voglia di tornare là, di osservarmi dall’esterno, di trovare una ragione. Avrei voglia di trovare le risposte che non avrò mai.
E la cosa più stupida è che so benissimo che nemmeno mi importa più, che non cambierebbe nulla per il mio presente.
Credo sia colpa di quella voglia latente di trovare un perdono. Di assolvermi dai miei peccati.
Ma ogni volta va a finire sempre nello stesso modo: le domande restano, e di giustificazioni ne posso trovare a centinaia, ma il perdono, quello non arriva mai.
Cosa farei se potessi chiederti “perché”? Cosa farei se mi accorgessi che qualsiasi risposta è inutile?


Così mi sembra tutto senza senso: quel cd con l’iniziale che ogni volta vorrei buttar via, i quadri nelle stanze abbandonate, i versi delle canzoni che fanno ancora piangere.
E sembrano venire da un’altra epoca gli occhi scuri di Kim che mi fissano con dolcezza, il silenzio dei campi, il rumore dell’erba sotto i passi svelti, l’altalena che oscilla senza nessuno seduto sopra.

Non riesco a tracciare un confine tra presente e passato, anche se so vedere esattamente tutte le differenze tra i due. Così, tutto quel che non posso più portare con me lo lascio in un limbo indefinito, che scompare come i campi al mattino coperti di nebbia.

E fa sempre un certo effetto mettermi in macchina con il buio sapendo di avere un sacco di strada davanti a me, con la pioggia che accorcia la visuale, la radio che parte al massimo volume, e quella solitudine perfetta che una volta tanto amavo.

Ripenso a quando solo così riuscivo a piangere, a liberare il cuore, ad urlare. Adesso invece lascio cantare Trent, come facevo quando avevo perso anche la speranza e la voglia di gridare.
E lui urla a squarciagola tutto quello che ho vissuto, tutto quello che ho provato sulla mia pelle, tutto quello che forse avrei preferito non sapere.

La musica è un caos informe che riesce a dare forma ai disastri dell’anima, e mentre lui grida che ormai “ci siamo dentro insieme”, che “nessuno ci può fermare”, io ripenso a quando ho visto la tua mano spingermi verso il burrone, a quando il frastuono svanisce lentamente e in un sussurro tutto il mondo cade a pezzi.
“Without you everything falls apart…. Without you, it’s not as much fun to pick up the pieces.”

Ma io i pezzi li ho raccolti, ho camminato sopra i cocci che si sgretolano producendo quel rumore assordante che scandisce il ritmo di “The fragile”. Ero là anch’io, prima di qualsiasi altra cosa, io ero come te. Io ero come me. Io non mi sarei mai lasciata distruggere.



Dev’essere la pioggia che mi rende incline alla malinconia. O forse quest’avvicinarmi ad una fine che mi costringe a ripensare tante cose.
All’avvicinarsi di ogni termine di una fase della propria vita i conti devono esser fatti, e le fratture ancora aperte sono sempre le stesse. Semplicemente, non fanno più male.

Ma non è vero che il tempo sistema le cose, il tempo sa solo cancellare le tracce di coloro che non passano più sulla mia strada. E cosa farei se il tempo si annullasse in un istante riportandomi davanti tutto quel che ho cercato di dimenticare?
Del tempo non ci si può fidare: è un così abile traditore travestito da sapiente.



Cosa farei se dovessi ritrovarmi di fronte la vita che avevo un tempo? Cosa farò?
Non basteranno un abito meraviglioso o dei tacchi troppo alti a farmi sentire diversa da com’ero, nella stessa situazione, qualche anno fa.
Non sarà niente l’angoscia, la paura di affrontare una commissione, di sbagliare qualcosa. Non me ne frega più nulla da troppo tempo. Ho finito solo perché avevo un debito, non l’ho fatto per me stessa.
Ho odiato ogni notte insonne, ogni attacco di panico, ogni passo fatto dentro quei luoghi che ormai per me non erano altro che lapidi in rovina di un passato perduto.

Ma non sapevo che la prova più dura sarebbe stata un’altra.
Sì, io ho paura. Temo il tuo fantasma, temo la mia ombra.


“..beh, forse fa un po’ male
forse fa un po’ male
ma tutto fa un po’ male
tutto fa
tutto fa un po’ male…”


(Afterhours – Tutto fa un po’ male)

giovedì 13 settembre 2012

circle

Finiremo insieme?
In cuor mio l’ho sempre saputo.
Il destino non guarda in faccia nessuno.

venerdì 20 luglio 2012

Ricordi? Sbocciavano le viole.


"Ricordi? sbocciavano le viole
con le nostre parole:
-non ci lasceremo mai,
mai e poi mai-

Vorrei dirti, ora, le stesse cose
ma come fan presto, amore,
ad appassire le rose
così per noi."


Ieri sera Battiato era in concerto qui vicino. Ho desiderato tanto andarci, eppure riflettendoci ho preferito rinunciare.
A dir la verità ultimamente non ci ho nemmeno più pensato, presa come sono dal periodo ultra stressante.

Però la mia mente (o subconscio?) deve avere potenzialità che ancora ignoro.
Non solo se n’è ricordata, ma ha anche connesso epoche e spazi ormai distanti.

Ho sognato che guardavo il concerto del Maestro dallo schermo del computer.
Ero seduta davanti a una scrivania che ormai ho dimenticato, in una camera al primo piano di una vecchia casa. Ed ero con te.
Con te che un giorno mi hai cantato di come sbocciavano le viole.

venerdì 20 aprile 2012

Qualcosa di intimo..

..come una lettera.

“Ma, al di là di una prospettiva clinica, potremmo riformulare tale linea interpretativa, cogliendo come per la protagonista, attraverso l’atto della scrittura, si tratti di sfondare il quadro fantasmatico che ha costituito la sua storia, la sua filiazione, la trama delle sue origini, per giungere sino al punto più profondo, più opaco, più soggettivo e particolare del suo essere.

Una forma letteraria così peculiare quale il diario, nel percorso accidentato di Adele, diviene l’esperienza più radicale della ricerca di una verità soggettiva che possa palesarsi attraverso la creazione.

Adele, attraverso il suo diario, si espone al confronto con il vuoto, accerchia l’abisso incolmabile da cui è sovrastata e, al contempo, mediante la parola, tenta di nominare, di arginare, di tradurre in segni il residuo enigmatico della perdita.
La scrittura è ciò che, al di là delle erranze, peregrinazioni e inseguimenti, la ancora profondamente al senso del suo esistere.

Le lettere inviate da Adele rappresentano un’altra forma di scrittura, filmata con insistenza da Truffaut.
Si conosce la passione letteraria del regista per l’epistolario, e nei suoi film sfilano le immagini di personaggi ripresi nell’atto di scrivere, leggere e recitare lettere.


La messa in scena della scrittura fa emergere in primo piano non solo l’intervallo fra l’infedeltà ad una legge universale e la fedeltà a quella del proprio desiderio, ma ancor più sottilmente, la non totale coincidenza di Adele a se stessa.”


(R. Salvatore – Uno sguardo sull’origine: la storia di Adele H.)



Già, ho rivisto una volta ancora uno dei classici del cinema che non mi stancherei mai di guardare. “Una storia d’amore” - recita il titolo, ma è così riduttivo.

Adele H. è l’immagine fatta scrittura, è un film che parla della pazzia, della pazzia e della sua cura.

Quel che mi ha colpito, stavolta, è che invece di immedesimarmi pienamente con lei, come sempre mi era accaduto, ho sorpreso me stessa fissare sé stessa con un’espressione un po’ tonta e sbigottita, nell’atto di rimproverarsi.

Sì, perché io non ho quasi più quella scrittura emorragica che tanto mi piaceva, e non ho nemmeno più la voglia autentica e vivace di mettermi a scrivere lettere per qualsiasi scemenza.
E’ diventata una routine pure quella, un vestito merlettato che tiro fuori dall’armadio solo per le feste prestabilite.

Ma qualche giorno fa leggevo le lettere di Magda a Rilke, e mi sono emozionata così tanto da non riuscire più a smettere di leggere.

Ho compreso in un istante che tutto quello che un uomo così straordinario ha scritto e volutamente pubblicato, non è comunque abbastanza per conoscere la parte più autentica della sua umanità.

Ho capito che il suo sentire più vero e profondo era lì, in quelle righe scritte per una sola ed unica destinataria.




“...Tu non sai cosa significhi per me di poterti stare a vedere quando ricami dei fiorellini chiari, di seta, sulla batista bianca – e se poi prendo un libro e leggo ad alta voce, e non posso così più guardarti, non ci sarà però in tutto il mio essere un solo punto che ignori che tu ricami dei fiori di seta sulla batista bianca, e che non si senta perciò come sotto una diretta, sacra protezione, che gli rende quasi impossibile di restar mortale. – Molti anni fa ho trascorso un inverno lontano, in un paese dell’Europa meridionale, in una villa da cui si vedeva il mare oltre il giardino sempre verde: eravamo solo in quattro: tre donne di età diversa ed io; una vecchia signora, la padrona di casa, una vedova, non più giovane e una graziosa giovanetta... C’erano delle sere (di visite ne venivan poche) in cui ci si rifiniva nell’ampio studio, vicino al camino; le signore con un ricamo ed io con un libro – e la serata si concludeva sempre così: la giovinetta sbucciava una mela per me.
Mi crederai, Benvenuta, se ti dico che per anni ed anni ho vissuto di quella mela, che non m’ero dovuto preparare da me? Di quelle serate? Di qualcosa che la prossimità e la dolce occupazione di quelle tre donne sembrava aver creato e raccolto in me? Ma sì, ancora molto tempo dopo, quand’ero già tornato a Parigi, c’era ancora un resto di... (di che mai?) di fermezza d’animo, di consolazione, di dolce refrigerio, nel mio intimo, e lo sentivo che veniva di là; ed era così presente, d’una evidenza così assoluta, che mi sembrava di vederlo svanire e diminuire, con terrore, di giorno in giorno, quanto più lo consumavo. – E là non si trattava che di un gesto! e, pensa, mi ha mantenuto in vita per anni ed anni...”


(Lettera di Rilke a Magda von Hattingberg)



Poi, riflettendoci, mi sono resa conto che non è vero che non scrivo più lettere. Questo blog ne è la prova, in una versione deformata, sì, ma comunque valida.
Una lunga serie di lettere a nessuno.

Forse è ora di fare una variazione sul tema:


Mia cara vecchia amica,

da quanto tempo il mio cuore non indugia più presso di te? Ho perso il conto dei giorni che mi separano dal tempo in cui potevo vederti vivermi accanto. Ma a dire il vero ho perso molte cose, anche quelle che sembravano avere un senso, nel disperato e folle tentativo di riguadagnare me stessa attraverso l’autodistruzione.

Qualche volta però il mio pensiero corre fino a te, che ti sei fatta nuvola evanescente e lontana, che hai assunto i colori di una fantasia che non mi appartiene più.

Così mi fermo a pensarti, e mi chiedo se corri ancora scalza nella Grande Foresta, inseguendo il richiamo dei boschi, il canto del vento, le lacrime del cielo, e l’antica voce delle piante.
Ti immagino raminga nel tuo Giardino Selvaggio, attorniata da quella bellezza che sapevi scovare in ogni angolo di mondo, con gli occhi innocenti di un cerbiatto e l’animo fiero di un leone.

Mi domando se ancora dondoli sulla fune tesa, nell’impossibile tentativo di conciliare il paradosso della tua esistenza.
Se ogni tanto hai ancora paura di morire e piangi guardando le tue mani intrise di sangue, o se invece conservi intatto quel sorriso che sapeva incantare come la prima goccia di rugiada in un’alba piena di sole.

Chissà se ogni tanto cerchi ancora di inseguire il vento, se torni a stenderti sull’erba umida sotto la grande quercia per scoprire se in quell’odore è conservato ancora un po’ di lui.

Come stanno i tuoi occhi così giovani e così pieni di tutto quel che non avresti mai dovuto vedere? E i tuoi artigli? Ancora li affili ogni sera domandandoti quanto altro sangue scorrerà prima che la tua guerra abbia fine?

Non riesco più ad immaginarti con precisione.
Ricordo pochi insignificanti dettagli, come la particolare sfumatura dei tuoi capelli colpiti da un raggio di sole, e quella nota più acuta che emettevi nelle risate cristalline, quelle vere, quelle leggere come il battito d’ali di una farfalla nel bel mezzo di un ciclone burrascoso.

Ricordo il tuo carattere incostante, il tuo saperti fare onda placida e carezzevole, marea altalenante che culla, oppure impeto improvviso che travolge e annega, schiuma furente di tempesta che non lascia scampo.
Ricordo il tuo cuore d’oceano: né misericordioso né malvagio, semplicemente selvaggio.

Sì, ricordo piccoli pezzi di te, perché ho scoperto di averli lasciati vivere dentro di me, quasi inconsapevolmente, come si fa con le cose alle quali non si da peso, ma che per qualche motivo non se ne vanno più.

Vorrei poter ancora credere che è bello sognare, senza per questo avere il sentore di star tradendo la vita.
Vorrei augurarmi di rincontrarci un giorno, alle soglie di quel confine labile che da sempre ci separa.

Tua, mia, nostra.

A.




“Tu vivi in me. Questa carta è la tua pelle. Questo inchiostro è il mio sangue.”


(Dal film Jules et Jim)