~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~
"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."
Original Blog -> Nepenthe
* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph
"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove."
- F. Pessoa -
~ REMEDY LANE ~
- We’re going nowhere...All the way to nowhere –
"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."
F. R.
mercoledì 27 luglio 2016
What the soul hides...
martedì 28 gennaio 2014
Riemergo
Sono passati mesi senza neanche un post su questo blog. Respiro con tutte le mie forze affiorando sul filo di acque turbolente ogni volta che posso, ma il tempo non è mai abbastanza.
Avrei voluto scrivere tante cose, fermare le impressioni così com'erano un attimo dopo averle provate.
Scrivere su questo blog è sempre stata la mia cura, un metodo per aiutare la memoria che ormai vacilla, uno sfogo, una liberazione per la me stessa che soffoca non trovando posto nel mondo.
Vita taciturna, mascherata infinita. Ma qui ci sono solo io, autentica, al massimo filtrata dalla simbologia delle parole.
Non ho tempo di mettere foto, nè di pensare ad abbellire questo post come tanto mi piaceva fare. Riesco solo a fermare due pensieri tra un impegno e l'altro, perchè scrivere mi manca. Tanto.
Forse un giorno avrò il tempo di recuperare tutti i post mancanti, di ricostruire il puzzle, di scrivere della scorsa estate, delle non-vacanze, del progetto fotografico Fragments, della Cartiera, dei primi servizi fotografici, del Palio di Monselice.
E poi di come mi sono affettata un polpastrello con una lattina di tonno, della palestra, del lavoro come fotografa ufficiale degli eventi Venice Vampire, del corso di Social Media Marketing e del conseguente lavoro.
Di come non mi sto più fermando, dello stress, delle mille cose da fare, e delle altre mille che non quadrano mai.
Di Yuki, che ha smesso di respirare nonostante la mia corsa disperata dal veterinario, della fragilità di una creatura che ti rimane tra le mani con tutta la tragicità dell'ineluttabile scorrere delle cose.
Infine, dei Cruenta Lacrymis. Perchè a 29 anni sto facendo tutto quello che avrei voluto fare quando ne avevo 16. E non è mai troppo tardi se si è disposti ad accettare la sfida.
Sono stressata? Sì, da morire. Sono felice? Qualche volta, quando riesco a chiudere gli occhi e a non sentire altro che due respiri vicini.
Nei sogni, sono felice.
In quelli che ho smesso di voler avverare a tutti i costi.
venerdì 21 giugno 2013
Happy fox day!
(11-06-2013)
Sì, sono in ritardo per farmi gli auguri, ma non sono riuscita a fermarmi a scrivere prima di oggi. Non credo di aver mai trascurato così tanto questo blog.
Un blog in cui tra l’altro ho ancora 27 anni e sono troppo pigra per aggiornare il profilone. O forse chissà…è Peter Pan che mi sta sul groppone e mi distrae dal farlo.
Ho caricato decine di foto senza quasi scrivere niente, non ne vado molto fiera. Ormai la passione per la fotografia è viscerale, ma un’immagine non dice tutto…a dire il vero non dice quasi niente. Una fotografia immortala un’idea, ma non la racconta. Mi mancano così spesso le parole, eppure avevo tante cose da scrivere un tempo.
Poco male, finchè comunque ci riesco ancora. Ho selezionato un po’ di concorsi letterari che mi sembrano abbastanza seri ed ho iniziato a mandare materiale. Ci devo almeno provare, sono stanca di buttare i miei sogni giù per lo scarico.
Ma volevo parlare del mio compleanno. Che c’è da dire? Ne ho compiuti 29: l’età in cui ti senti vecchio per il semplice fatto che tutti i contratti lavorativi per “giovani” ti chiedono al massimo ventinove anni. Ah-ah…come se questo garantisse un lavoro.
Lavoro non ce n’è, neanche quei lavori che fino a qualche anno fa si trovavano. Che sto facendo allora? Dopo i vari corsi per disoccupati mi son data al tirocinio. Niente retribuzione, solo l’illusione che possa servire, che magari avrò una carta in più da giocarmi sul curriculum. E chi ci crede? Io un po’, perché sono un’illusa di natura. Dovevo almeno provarci, finché me lo posso permettere perché il lavoro dell’uomo va be….uhm, va. Dopo è già deciso, torno a fare la cameriera per mettere da parte questi benedetti soldi e che non se ne parli più.
Perché sono stanca di sentirmi sempre una nullità, sempre l’ultima ruota del carro…ho studiato, ho un’età, di esperienze ne ho un po’ alle spalle, ho sempre lavoricchiato, ho cercato di imparare tutto quel che potevo, fatto corsi, appreso qualsiasi cosa mi sembrasse utile.
Non sono più disposta ad esser trattata come una tra le tante disperate a cui offrire lavori schifosi e sottopagati.
E sono stanca di dire a me stessa che vale la pena sopportare per fare la gavetta, per aspettare tempi migliori. Ma aspettare cosa? Di finire più nella merda di così?
Voglio la mia occasione, voglio mettere a frutto quello che ho studiato. Non posso andare ad un corso ed accorgermi di dover dire io al docente come si fa qualcosa. No, questo mondo gira al rovescio e io non voglio marcire.
Ogni tanto sogno la Svezia. A volte, quando sfoglio delle riviste e vedo foto di Stoccolma, mi viene da piangere. Lì, così, stupidamente…come fossi una bambina.
Penso all’aria pura, a quella sensazione di essere in un posto migliore, un posto in cui se hai voglia di farti il culo le cose funzionano.
E mi commuovo ancora al ricordo di come mi sono sentita ad essere solo noi due lontani da tutto, in un luogo sconosciuto, dove poter ricominciare da zero. E quel cielo…quel cielo sempre mutevole, e il verde tutto intorno. Un paradiso che vorrei conquistare e che al tempo stesso mi terrorizza.
E se fallissimo? La Svezia costa cara, e noi siamo due poveracci. Da due anni cerchiamo di metter da parte il necessario, ma i soldi non bastano mai.
E allora frustrazione, e schifo, e frustrazione ancora. Mi sembra di correre al rallentatore facendo del mio meglio senza che sia mai abbastanza.
Quando ero più piccola, mai e poi mai avrei pensato di finire così, di essere completamente insoddisfatta, di non riuscire ad arrivare da nessuna parte…di non riuscire nemmeno a raggiungere qualche altra parte.
Io e la mia mania per il nord. Perché ho perso tutti questi anni accartocciata su me stessa?
Sono solo una sfigata che esce cinque minuti in giardino e si fa pungere da diosolosacheinsetto e rimane inferma per quattro giorni col piede gonfio come un pallone.
Una stupida che cerca di darsi degli obiettivi a breve termine perché non è più in grado di sognare.
Che mentre torna a casa a piedi pensa a quante lavatrici deve fare, alla spesa, alle fatture da calcolare, alle bollette da pagare, quando una volta metteva le cuffie nelle orecchie e sognava di fare miliardi di cose impossibili.
Questa sono io. Io con i miei 29 anni. E non sono schizofrenica quando dico che c’è una parte di me che non è più me. Io non mi trovo più.
giovedì 22 novembre 2012
Hai le borse sotto gli occhi
Sole d’autunno che fa quasi un po’ primavera. Sensazioni di colori accesi che si apprestano a scomparire e di un freddo pungente che accende stelle nel cielo. Non mi fa più lo stesso effetto questo periodo, forse sono solo un po’ meno viva di prima, e mi dipingo le unghie di bianco per pensare alla neve.
Mi guardo e non mi vedo mai com’ero. Cambiano le espressioni, le rughe del viso, la leggerezza dei miei passi. Sono nervosa, sono terrorizzata a volte.
Non ho più fiducia in me stessa e mi manca quella sicurezza un po’ imprudente di chi non teme nulla perché in fondo nulla gli importa davvero, perché tanto c’è ancora un sacco di strada davanti, perché se oggi non va bene domani andrà meglio. E con certe premesse, chi se ne frega dei piccoli fallimenti?
Non mi sopporto più quando ripeto per l’ennesima volta che dev’essere colpa della vecchiaia. Quel che è certo è che mi manca l’energia che spaccava tutto, la voglia di mettermi sempre in gioco, il menefreghismo, l’ottimismo riguardo me stessa, la presunzione di potermela sempre cavare.
Inizio a capire cosa vuol dire avere più ricordi che desideri, a comprendere perché ogni cosa a cui ci si lega diventa simile a un macigno rassicurante dal quale non ci si vuole più staccare.
Più sono le cose a cui tengo e più è difficile mantenere la leggerezza, la sconsideratezza della funambola.
Ogni passo falso non è più solo mio, troppe sono le carte disposte in tavola. Ho quasi dimenticato che forma ha la figura dell’appeso.
Nonostante questo riesco a bere un po’ di sole, a farmi forza con le piccole cose che voglio conquistare. Non dormo per notti intere, nervosa per la prova che mi aspetta, poi mi ritrovo a piegare pigiami e mutande per clienti facoltose e mi domando come ho potuto agitarmi tanto.
Cerco di ricordare a me stessa che una volta mi credevo intelligente. Una volta ero piena di ambizioni.
Si sgretola lentamente quella parte di me che non si poneva limiti e prendeva a calci le paure.
Un tempo temevo me stessa molto più del mondo, ora che invece ho fatto pace con la mia ombra non sono più la persona che avrei voluto essere.
Leggo i racconti di Mann uno dopo l’altro bevendo l’inchiostro come fosse acqua di fonte, e respiro dalle pagine consunte quell’indolente incapacità di vivere che non lascia scampo a nessuno dei suoi personaggi.
Giro le pagine una dopo l’altra e ancora spero che ci sia un lieto fine, soltanto uno. Eppure so benissimo che ognuno di quei personaggi sperimenterà null’altro che frustrazione, delusione, incapacità di esistere degnamente.
E dire che avevo evitato di ributtarmi su Pessoa proprio per scongiurare di finire nel gorgo dell’inquietudine.
Ma c’è qualcosa di bello in quelle pedine mosse da un destino più grande. Qualcosa di bello come un fiore sepolto: hai il sentore che ci sia, ma non ne avrai mai la prova.
Forse dovrei cambiare letture, almeno finché il mio umore non migliora.
“Prendi la pappa reale” – mi ripete mia madre, e sorrido per come a lei le cose appaiono tanto semplici. Ho voglia di neve, e di sole e di stelle. Voglia di smetterla di pensare a questo lavoro che forse avrò, a questo scorrere delle giornate verso qualcosa di utile ma così insensato.
Voglia di trovare le isole fortunate di Pessoa, da qualche parte a sud di tutte le cose. Voglia di mare nel cassetto e di mille bolle blu.
“Sai che d’inverno si vive bene come di primavera?”. Di tanto in tanto quel tonfo che sento nel cuore somiglia proprio all’irruenza con cui Battiato attacca “Alexander platz”.
E ti ricordi che faceva caldo ed era una splendida sera d’estate quando per la prima volta ho sentito questa canzone così piena di inverno?
Vorrei prendere Kim e camminare per ore senza pensare a niente, e poi risponderti al telefono e scoprirmi a sorridere ogni volta che risento la tua voce, mille e ancora mille volte al giorno. Sorrido dentro e non ne posso fare a meno. E non ne posso fare a meno perché ti amo.
“Tarvitsen sinua”. Apro la cronologia di una vecchia conversazione e trovo queste due parole in mezzo a tante altre chiacchiere inutili. “Dovresti imparare a leggere tra le righe” - ti ho scritto poco più sotto, dopodiché il caos.
Chissà se hai mai capito che ti volevo solo dire di notare quelle due parole, abbandonate lì tra altri miliardi di pixel senza senso. No, non le hai mai viste, il tuo ego era troppo grande per permetterti di vedere.
E in cuor mio sento per un istante quella consolazione profonda di chi a distanza di tempo può dirsi fortunato dopo una grande sofferenza.
“E’ il momento di sentire la paura per mantenere l’attenzione.
Ed è il momento di dormire per attingere alla conoscenza.
Queste sono le radici che affondano nel nulla.
Questi i venti sibilanti che non portano in alcun luogo.
E’ il momento dell’alba di un giorno che non arriverà mai.
Posso offrirti un rifugio per sfuggire al dolore.
Puoi provare a resistere, ma sarai deriso dalla sconfitta.
Come puoi ritardare ancora l’inevitabile?
La coppa è vuota, non può più essere riempita.
Ma tutta la sete ora può placarsi.
Questo è l’antidoto.”
martedì 5 giugno 2012
Love is not enough
“Saremo sempre più umani di quanto desideriamo essere.”
Lo diceva Daniel, che oggi compie gli anni e chissà cosa sta combinando. Notavo la coincidenza giusto l’altro giorno: tutti i miei artisti preferiti sono nati in giugno, tranne uno.
E tra meno di una settimana tocca pure a me. Cosa? Sentirmi vecchia oltre misura!
Non tanto perché mi faccia paura invecchiare o ritrovarmi qualche ruga (sono già vecchia dentro da sempre), quanto perché non mi sento apposto con me stessa.
Perché il tempo fugge veloce e non lo si riesce ad afferrare per i capelli quando ormai è passato. Perché non sono ancora riuscita a fare un sacco di cose importanti e mi rode il fegato.
Ma sono “solo 28”. Per qualcuno sono “già 28”. Per me…bah…è semplicemente un anno in più con un bilancio mai abbastanza positivo.
Eppure sono contenta di così tante cose, perché lamentarsi sempre?
Saremo sempre più umani di quanto desideriamo essere. Io sarò sempre più idealista di quanto vorrei, lui sarà sempre più fragile di quanto vorrebbe. La vita sarà sempre più amara di quanto vorremmo.
Ma siamo solo persone. Che passano, che cercano appigli, che vivono o si lasciano vivere. Siamo gusci di carne con degli obiettivi, e bolle di sapone che si credono aquiloni.
A volte le cose filano lisce perché non ci sono occasioni per esser messi alla prova. Così si inizia ad adagiarsi su quel praticello erboso così fresco e morbido in cui ognuno coltiva le sue illusioni.
Poi capita che un giorno qualunque la vita decida di fare un esame, a sorpresa, e tutto ciò che ci si era ripromessi, tutto ciò in cui si era creduto fermamente, si rivela inconsistente.
“Perdere la fiducia è un delitto” (diceva Tuomas, stavolta). Non è possibile aprire il cuore a qualcuno di cui non ci si fida, figuriamoci donarglielo.
Avere fiducia è fondamentale, è l’unico modo per credere in qualcosa. E tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa, sia per costruire solide basi di vita, sia per metter su qualche castello immaginario che anche se dovesse cadere troverebbe sempre alle sue spalle una fortezza.
Io ne ho commessi di delitti in vita mia, e con la fiducia ci ho litigato violentemente. Ma sono guarita, l’ho detto così tante volte che anche se non fosse vero ormai ne sono convinta.
Sono guarita e non ho più paura, anche se il pozzo dello sconforto a volte si riapre sotto i miei piedi, anche se la vita cerca di lanciarmi addosso sacchi di melma (sì, ci stava meglio merda) per deridere il mio equilibrio, anche se al sicuro nella mia tana mi ritrovo a sanguinare.
Ma non ho paura e non perdo la fiducia, anche se mi guardo dentro e vedo tutte le lapidi in fila, anche se ogni tanto sono costretta a piantare qualche nuovo vessillo per non dimenticare.
Perché “un lupo fatica a dimenticare ogni minima cosa, e il fuoco che sembra spento ancora dorme sotto la cenere”. Questo lo diceva Aurin, che aveva un cuore di lupo e non sapeva che sarebbe diventata una volpe.
Onestamente non trovo una definizione che mi si addica, non ammetto di essere delusa né rassegnata. Ho troppa bellezza e amore attorno a me per poter desistere dall’inseguire il mio “desiderio”.
Mi lecco le ferite e imprimo nella mente il luogo di una nuova cicatrice.
Sono ancora troppo umana, più di quanto vorrei essere. Così invece di fare a pezzi le illusioni e calpestarle, mi limito ad aggiustarle un po’, a cambiare loro forma e colore, a ridimensionarle.
Non posso nemmeno dire di stare davvero male, è per questo che mi dichiaro guarita. Sono di nuovo forte, e forse non dovrei vantarmene così tanto.
Ma non è come in passato, non sono più forte soltanto di me stessa, sono forte di noi, di quello che abbiamo costruito tutto intorno.
E oggi ancora meno di prima sento la voglia di parlare con qualcuno, per cosa poi? Per sentire le solite frasi di incoraggiamento e consolazione che so ripetermi anche da sola?
La volpe sta tornando ad essere lupo come un tempo, e la verità è che sinceramente non mi importa.
Lungi da me lo sminuire l’importanza dell’amicizia, ma se non è pura e cristallina, spesso è più dannosa che utile. Anche in questo, ho sempre avuto la dannata tendenza a ridimensionare, a ritagliare ambiti di competenza.
C’è sempre un oceano tra me e gli altri. Io sono l’oceano..”senza strade, senza spiegazioni” (onnipresente Baricco)
E diciamoci le cose come stanno: la verità è che siamo tutti soli, ma ce ne rendiamo conto veramente soltanto in certi momenti.
So perfettamente che qui dentro ci siamo sempre stati solo io, la mia ombra, la scrittura. Onestamente, non credo di volere molto di più, anzi forse di qualcosa mi libererei. Ma quel qualcosa dorme da così tanti anni che in fin dei conti posso quasi apprezzarne la compagnia.
Oggi la differenza è che non posso più permettermi di accettare qualcosa di sbagliato, di mettere in un cassetto i dubbi, di non affrontare i problemi. Non posso nemmeno più permettermi di mandar giù e soffocare i miei bisogni per il bene di qualcun altro.
La lezione l’ho imparata: ormai sono trasparente. Qualcuno forse faticherebbe a crederci, eppure è così. Mi son fatta delle promesse stavolta, e le sto mantenendo. La mia filosofia dei fatti può sembrare brutale, ma mi aiuta a salvarmi. Conta solo ciò che si fa, ciò che si è fatto, ciò che è.
Eppure no, non ho perso la fiducia. Tu sei la mia casa. Questo è quel che siamo. Qui c’è tutto quel che abbiamo. Insieme assisteremo ai nostri funerali e insieme continueremo a lottare per avere sempre più felicità di quella che ci è data.
Tra meno di un mese sarà un anno preciso che siamo qui. E ogni volta che mi guardo intorno, o che impreco perché ci sono lavori da fare e qualcosa puntualmente si rompe, rivedo le pareti spoglie e le finestre crepate, il vuoto e la polvere dei primi giorni, la luce che mi ha fatto innamorare di questo posto.
Mi piace pensare che la casa sia cambiata insieme a noi, e che si stia modificando ancora, giorno dopo giorno. Non c’è dubbio che lei sia migliorata. E noi?
Questa foto immortala il mio primo giorno qui. La casa era ancora un po’ vuota e sotto sopra, ma nel suo disordine un po’ mi assomigliava, dato che in quel periodo stavo ricostruendo la mia vita andata in pezzi.
Non ha nulla di particolare quest’immagine, eppure per me rappresenta un nuovo inizio, ignoto come la visuale che non si può scorgere al dì la della finestra, e luminoso come quella luce bianca intensa che riflette tutte le mie speranze.
Oggi, dopo quasi un anno, posso guardare questa foto con occhi nuovi, vedendovi già presenti, come germogli disseminati nella luce, tutte le piccole felicità che lentamente ho conquistato.
Niente può distogliermi da questa luce, anche se a volte “l’amore non è abbastanza” (e Trent sa sempre come ricordare attraverso i suoi testi che siamo tutti degli illusi!)
“(Gli amanti) non aspettano nulla, ma aspettano.
Sanno che non troveranno mai.
L’amore è la proroga perpetua,
sempre il passo seguente, l’altro, l’altro.”
- Jaime Sabines -
"The more that we take
The paler we get
I can’t remember what it is
We try to forget
The tile on the floor
So cold it could sting
In your eyes is a place
Worth remembering
For you to go and take this
And smash it apart
I’ve gone all this fucking way
To wind up back at…back at the start
The closer we think we are
Well, it only got us so far
Now you’ve got anything left to show?
No, no I didn’t think so.
The sooner we realize
We cover ourselves with lies
But underneath we’re not so tough
And love is not enough
Well, it hides in the dark
Like the withering vein
We didn’t give it a mouth
So it cannot complain
We never really had a chance
We never really make it through
I never think I’d believe
I believed I could get better with you
..underneath we’re not so tough.
And love is not enough."
giovedì 17 maggio 2012
Cose da Blogger #1
Pensando a quest’incipit privo di contenuto, e vuoto per definizione letterale, mi è balenata nella mente l’immagine di una vecchia zitella che blatera solitaria.
Ecco…non fosse che ho esordito parlando di smalto forse potrei ancora tirarmi fuori da questa triste associazione di idee.
Ma no…per ora il fisico regge, non sono zitella, e quelle cose sulla faccia non sono assolutamente rughe.
Comunque, il tempo in questo periodo è meraviglioso. Dopo aver presagito afa e calure torrenziali per qualche giorno, non mi sembra vero di provare nuovamente questa frescura rigenerante.
Se ci fosse una costante primavera siffatta, io sarei la donna più felice del mondo. Invece so benissimo che mi attende un’altra estate in cui friggere fino allo sfinimento, un altro inferno in cui questa brezzolina paradisiaca sarà solo un ricordo.
Eppure la soluzione è sempre lì (emigrare). La Svezia è sempre lì. Sì, Svezia e non più Finlandia. Sarà che i tempi invecchiano, “i figli crescono e le mamme imbiancano” (cit. Battiato).
A dir la verità, senza fare il passo più lungo della gamba e continuare a puntare il dito verso paesi così lontani, ammetto che ultimamente sto rivalutando alcune zone d’Italia.
Sarà che dal finestrino del caddy sto imparando a conoscere posti che prima nemmeno mi interessavano, sarà che col tempo divento più incline ai compromessi e meno rigida sulle mie idee.
Quel che è certo è che inizio a pensare che forse potrei vivere molto meglio rispetto a qui anche senza allontanarmi troppo.
Devo iniziare un training di parlata friulana con qualche vecchietto al supermercato, è deciso.
A proposito di vecchietti, vi capita mai di andare in qualche bottega cino/jappo? Io ci passo sempre quando sono a zonzo, e non tanto perché vendono carabattole dai prezzi imbattibili, ma perché ogni volta mi capita di assistere a qualche esilarante siparietto.
I clienti più strambi in assoluto io li ho visti solo lì (e ho fatto la cameriera in notturna in un locale pieno di sbronzoni, per dire.)
Stamane, per esempio, ho assistito alla scenetta di una nonna che doveva comprare una maglia per la nipote adolescente. La cino-commessa si è messa a sbandierare i capi più “in voga” (che per il gusto nipponico significa “piùsbrilluccicosiappariscentipienidirobaoscena” che ci siano) e la vecchietta, sempre più contrariata e sconvolta, ha iniziato una lenta risalita verso l’escandescenza irosa.
Perché sua nipote è giovane e mica si può vestire così (leggasi “da giovine baldracca in erba”), perché i teschietti stampati sono “roba da ragazze più grandi”, e io mi chiedo secondo quale criterio. Voglio dire: se tua nipote è tredicenne al massimo eviterai che si metta scollature vertiginose o trasparenze preoccupanti, se invece porta un teschietto in paillettes estremamente trash, su una pudica t-shirt accollata in cotone, che male c’è?
Questi nonni del duemila son tutti scombussolati, ormai non sanno più nemmeno con cosa o chi prendersela se “non ci sono più le cose di una volta”.
La chicca in tutto questo è stata quando la nonnetta si è messa a cercare con lo sguardo l’approvazione degli altri avventori ai suoi discorsi, e io le stavo praticamente dietro, con maglia dei Sentenced del Funeral Tour, raffigurante una serie di bare. Ok, se i teschi sono da grandi, io ero vestita come? Da terza età? Purtroppo non ho avuto modo di chiederle un parere..
Incredibile! Scrivendo minchiate si riescono a riempire pagine e pagine. Per la gioia di chi? Di nessuno, probabilmente.
In ogni caso, per la cronaca, ho visto Dark Shadows (il primo giorno di uscita, con fanatico orgoglio, ovviamente).
Io amo Burton da sempre, da quando ero una bimbetta coi denti storti e dicevo di voler sposare Edward mani di forbice. Da quel momento in poi non mi sono persa nessun film suo, e quando ho avuto modo di sviluppare una coscienza critica nei confronti del cinema come forma d’arte, ho avuto modo di amarlo anche di più.
Fatto sta che ultimamente lo vedevo un po’ perso. A parte il capolavoro Sweeney Todd, nulla dell’ultima produzione Burtoniana mi aveva soddisfatto a pieno.
Ma di Dark Shadows, cosa si può dire? A me ha dato l’impressione di un regista che fa una serie di encomiastici *selfpat* al sé stesso più giovane, trovando gusto nel citarsi indirettamente, come un affascinante cinquantenne che nel pieno della sua soddisfacente vita prova piacere nel ricordare agli altri quanto fosse stato figo anche in gioventù.
Siamo sinceri: il suo mestiere lo sa fare dannatamente bene, il suo stile è ormai fin troppo riconoscibile per non dargliene atto, e non c’è nulla di cui lo si possa colpevolizzare, se non di non essere più in grado di creare capolavori. Quei miti che sviluppano una vita propria e durano nel tempo stabilendo il gusto di un’era nuova, come direbbe Bontempelli.
Però un’ironia così sottile e piacevole non la vedevo dai tempi di Ed Wood e Mars Attacks, e sono sempre più convinta che sia proprio la sapiente leggerezza comica a salvare tutto il film.
Bene, dato che ormai lo smalto è più che asciutto, credo che andrò a fare qualcosa di maggiore utilità.
Già che ci sono faccio tanti immaginari auguri al caro Trent che oggi invecchia, e mi figuro quanto sarebbe bello potergli fare una telefonata per chiedergli come va la sua depressione e augurargli buon compleanno. Cioè, ci pensate?
“Ciao Trent! Sai che oggi sei ancora più vecchio?
A dirla tutta dovresti anche metterti a dieta, ormai sei un manzo non da poco.
Ah, a proposito, tutto bene la depressione, sì?”
Una roba da humor nero scandinavo che quasi quasi mi sentirei una persona migliore.
Ah, sia chiaro che io Trent lo amo, alla follia.
Questa è Only: il mio inno esistenziale personalizzato.
"Ripristineremo la normalità appena saremo sicuri di cosa sia in ogni caso il normale. Grazie."
(D. N. Adams - La guida galattica per gli autostoppisti)
venerdì 4 maggio 2012
Post-it
Stamattina riordinavo lo studio e mi sono accorta che metà delle cartacce che ho accumulato, ormai dotate di vita propria (e di capacità di espandersi fino a fagocitare lo spazio circostante), sono piene di appunti per ricordarmi di fare questo e quell’altro e quell’altro ancora.
Deve essere la vecchiaia galoppante. O forse questa primavera che mi rende narcolettica e mi anestetizza il cervello. Fatto sta che senza miriadi di bigliettini (per non parlare dei promemoria sul telefono) sarei perduta.
Ma non è stato sempre così, o magari ero nel matrix e non lo sapevo. In realtà non sono mai stata giovane né sveglia né bionda. Chi lo sa.
Oggi va di delirio. E quando ho aperto il blog ho pensato che da leggere deve esser proprio una noia assurda.
A me serve per tutto quello che vi lascio impresso sotto forma di ricordi (altri post-it dall’utilità dubbia?), ma chissà che palle leggere il diario di qualcuno che non racconta mai nulla di preciso e non spara neanche un po’ di cazzate.
Io li adoro i blog di quelli che sparlano, sparlano, sparlano, e riescono a fare un post al giorno sulle cose più insignificanti.
L’importante è che ci sia un po’ di acume dietro le cazzate, per il resto mi sciroppo volentieri gli sproloqui altrui.
Ma non volevo parlare di questo. Stavo pensando ai post-it, e al fatto che all’inizio di quest’anno non mi sono minimamente disturbata a chiedermi se fosse il caso di buttar giù qualche proposito.
E lo so che siamo a maggio e non a gennaio, ma io ho l’equilibrio biologico sballato, e non solo quello.
Così, mentre riordinavo i cassetti, ho realizzato che dico un sacco di cazzate a me stessa. Perché è inutile dichiarare a tutti che i miei desideri sono questi e quelli, che ho ancora delle ambizioni, che so con precisione cosa mi piace e cosa no, dato che in base alla mia tanto adorata teoria del “contano-i-fatti”, i conti non mi tornano affatto.
O sono inconsciamente schizofrenica, oppure fallita. Credo di preferire la prima opzione.
La cosa divertente è che nonostante tutto continuo a credere di sapere cosa voglio. Riuscirò ad attuare qualcosa in tempo utile senza ritrovarmi con un mucchio di post-it mai più letti?
Proviamoci.
Promemoria per i mesi a venire:
- Finire assolutamente e imprescindibilmente entro la fine del 2012 quel cavolo di romanzo che devo scrivere. Ho detto finire, non pubblicare. Per me può anche trovare la sorte di fare da sottobicchiere sul mio comodino per l’eternità, ma DEVE essere finito.
- Eventualmente pubblicare il romanzo di cui sopra, confidando in una spropositata botta di culo. In alternativa darmi una mossa e partecipare a più concorsi letterari per racconti brevi. Possibilmente smetterla di scrivere i racconti il giorno dopo della scadenza.
- Fare un corso di computer grafica, uno di fotografia, e possibilmente anche uno di canto. Perché ormai ho capito che con la storia dell’arte non vado da nessuna parte (e la cameriera col cavolo che la faccio per l’eternità).
- Vincere alla lotteria o sposare un miliardario per avere i fondi necessari a sostenere il punto enunciato qui sopra.
Esclusa l’ipotesi matrimonio (per ovvi motivi), credo opterò per diventare un’incallita fanatica scommettitrice all’enalotto. In alternativa proverò ad ampliare il mio campo di “competenze” e chiederò l’aumento. (..i vantaggi di farsela col proprio capo <3 )
- Prima di rovinarmi l’esistenza e/o finire sotto un ponte, possibilmente terminare la tesi che mi trascino dietro da due anni come peso morto.
- Organizzare più spesso pomeriggi per giocare di ruolo e riuscire a coltivare la mia passione nerd senza dovermi per forza sentire in colpa.
- Truccarmi con un sacco di colori perché la commessa di Sephora m’ha detto che truccarsi sempre di nero/grigio invecchia. “E se non osi adesso quando mai lo farai?”
Ottimo, domani sera mi sparo un ombretto fucsia fluo sugli occhi. E devo andare ad un concerto black: complimenti per il tempismo!
- Smetterla di comprare smalti che sto diventando una collezionista compulsiva.
- Andare di più al cinema e non addormentarmi sul divano la sera guardando i film.
- Tenermi stretto tutto quel che ho di bello nella vita senza dimenticare di avere delle ambizioni solo mie.
- Wraureggiare felicemente per il resto dei miei giorni with the wrà, and the sun, and the love, and the yeah!
- Infine, ultimo punto di importanza fondamentale: EMIGRARE. Che ormai a giugno son 28 e io questo caldo non lo sopporto. Dalla Germania in su va bene tutto, non sono una tipa esigente.
Bene, se mi viene in mente qualcos’altro aggiorno. Ora il quesito più impellente di tutti è: “cosa preparo per pranzo?”.
Ecco!! …forse dovrei fare anche un corso di cucina (e credere nei miracoli).
Cià!


