~ ..la Volpe Funambola ammazzaprincipi.. ~
~ Fragile ~

"...Sometimes it feels it would be easier to fall
than to flutter in the air with these wings so weak and torn..."

Original Blog -> Nepenthe


- EviLfloWeR -

* photos on flickr *
Lunacy 2 - Lunacy 3 - Lunacy 4
Lunacy 5 - Lunacy 6 - Lunacy 7 - Lunacy 8
Lunacy Ph

"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale;
che accompagna col piede la melodia
delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.
"

- F. Pessoa -

~ REMEDY LANE ~

- We’re going nowhere...All the way to nowhere –



"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani
Per toccare, per curare, implorare e strangolare.
Ma io non so chi sono,
e tu ancora non sai chi sono..."

F. R.

venerdì 20 luglio 2012

Ricordi? Sbocciavano le viole.


"Ricordi? sbocciavano le viole
con le nostre parole:
-non ci lasceremo mai,
mai e poi mai-

Vorrei dirti, ora, le stesse cose
ma come fan presto, amore,
ad appassire le rose
così per noi."


Ieri sera Battiato era in concerto qui vicino. Ho desiderato tanto andarci, eppure riflettendoci ho preferito rinunciare.
A dir la verità ultimamente non ci ho nemmeno più pensato, presa come sono dal periodo ultra stressante.

Però la mia mente (o subconscio?) deve avere potenzialità che ancora ignoro.
Non solo se n’è ricordata, ma ha anche connesso epoche e spazi ormai distanti.

Ho sognato che guardavo il concerto del Maestro dallo schermo del computer.
Ero seduta davanti a una scrivania che ormai ho dimenticato, in una camera al primo piano di una vecchia casa. Ed ero con te.
Con te che un giorno mi hai cantato di come sbocciavano le viole.

mercoledì 11 luglio 2012

Attraverso gli occhi di chi?

(A quanto pare la giuria non ha apprezzato, quindi lascio una traccia qui, dove le parole a volte bastano a dire tutto)



Cammino al tuo fianco e non so dove andremo. Fai il broncio quasi sempre dopo il terzo click, ma sai benissimo che non basterà a fermarmi.
Voglio cogliere ogni sfumatura di questa luce iridescente, e voglio scavare nel tuo sguardo, vederci i colori come li concepisci tu: voglio diventare la tua stessa vista.

La città è grande e mi ubriaca di dettagli ammassati in variopinte forme che non sempre riesco a classificare. Mi sembra di esser finita dentro uno di quei quadri senza prospettiva in cui ogni particolare cerca di emergere sugli altri, senza criterio, senza logica, ma creando un insieme colorato del quale godere intuitivamente.

Ti porto per le vie che milioni di turisti percorrono ogni giorno. Tiro la tua mano e continuo a meravigliarmi di qualcosa ad ogni svolta. Capita che a stupirmi siano cose che hanno senso solo per me, criptate in forme geroglifiche dell’immaginazione che non ama esser spiegata. Eppure lo sai che non c’è divieto d’accesso al regno della mia fantasia.

Ti porto dove voglio andare, e cerco sul tuo viso una reazione diversa, che mi sussurri che ce l’ho fatta, che questa volta è qualcosa di completamente nuovo anche per te. Ma è la tua città, e ad ogni passo riecheggia nella mia mente il pensiero che tu qui ci sei già stato, chissà con chi, con quale sorriso o con quale stupore hai guardato le stesse cose che ora ti indico io.


Così ora mi porti tu, lungo vie che i turisti evitano, per quelle strade che sono state la tua vita. E io continuo a tenere la tua mano e a cercare nei tuoi occhi tutto quello che non vuoi dirmi. Adesso sono un’ombra, che ti resta addosso e ti segue ovunque, fedelmente, ma che non può avere parte nella storia.

Osservo in silenzio e riduco al minimo la mia presenza: io non faccio parte di questo mondo, non posso farne parte, e persino comprenderlo mi è difficile. Per un attimo mi sembra di venir catapultata in una di quelle scene da film, in cui il protagonista osserva qualcosa che succede dal di fuori, come in sogno, e impotente cammina tra gli attori che continuano a recitare il loro copione in una lingua sconosciuta.

Ma non è proprio così: qualcuno ogni tanto si accorge di me, e tu sai che ci sono, tu continui a tirarmi verso di te, anche se sai benissimo che non uscirò dal mio universo attiguo, impossibile da intersecare col tuo.
Li guardo con maggior interesse, adesso, i tuoi occhi. Mi raccontano aneddoti di quello che eri e aprono tunnel segreti verso parti di te che non mi appartengono.

Lentamente inizio a comprendere e ad assaporare i colori di ogni cosa. Tutto intorno ci sono fantasmi della tua vita, che prendono forma e voce intorno a noi, dando un volto e delle sembianze reali ai tuoi racconti, impattando violentemente con i fantocci che avevo creato nella mia immaginazione.

E’ strano camminare tra fantasmi che non siano i miei. I miei non esistono qui. Sono uno spettro io stessa, un’ombra di un tempo diverso. In ogni caso fuori posto.
Non faccio più nemmeno una foto, come se in cuor mio sentissi che sarebbe un sacrilegio. Ma ogni cosa resta impressa nella mia mente, persistente come l’odore forte di quei luoghi che rimane aggrappato ai vestiti, ai capelli, al respiro.
Sono felice e triste nel medesimo istante, mentre ti accompagno in questo viaggio tra tempi e mondi distinti, mentre mi dici che sei contento di essere lì con me, mentre cerco di prendere la forma di un cosmo che non è mio.

E non ti sorprendere se poi la notte spingo il viso contro la tua schiena calda, sbuffando lievemente come quel cane, troppo grosso anche per te, che volevamo tanto portarci a casa. Non ti sorprendere se devo starti così vicino da volerti rubare il sonno: non capisci? Sono un’ombra e ho il terrore di annullarmi, di perdermi negli echi nebbiosi di questi fantasmi stranieri.
Non mi rimproverare per i lunghi silenzi durante i quali ti osservo con quell’aria criptica che tanto ti preoccupa. Non costringermi ad ammettere la consapevolezza che non riusciremo mai a raccontare a fondo nulla.

Trascino stancamente la mia libertà in questo suolo straniero, consapevole di aver lasciato da qualche parte una casa. Una sorta di tana scavata negli anni, in vista del giorno in cui sarei stata costretta ad andarmene per il mondo, munita di una qualche consapevole identità.
Tutto il mio essere, naufrago in questo ignoto, assume la semplicità monocroma di un lago notturno, placido ed inoffensivo nel suo tranquillo stagnare. Sento in me la mediocrità di essere soltanto un’ombra, così banale eppure indecifrabile.

Ma quando l’alba spazza via i residui di fuliggine che la notte ha dimenticato, mi accorgo che il sole in questa città è ancora più luminoso. La tua sagoma imponente mi cammina al fianco, e le stelle impazzite vorticano furiose nel cielo. D’improvviso c’è così tanta luce che l’ombra che sono si fa più netta, definita, imprescindibile. Mi guardo intorno e solo ora comprendo quanti colori ci sono che posso fare miei.

Cammino al tuo fianco e non so dove andremo. Fai il broncio quasi sempre dopo il terzo click, ma sai benissimo che non basterà a fermarmi.
Questa volta sto costruendo la mia identità.


lunedì 9 luglio 2012

Steal this Idol



- Se ne avessi la possibilità chiederei al mondo di ballare.
Ed io ballerei da solo.

Ecco, non c’è niente da perdere, e non c’è niente da dimostrare.
Ballerò da solo. -







Zio Billy! No, non è un’imprecazione, bensì il biondone quasi sessantenne che incarna tutto quello che degli anni ’80 è difficile dimenticare.

Io ci sono nata in quegli anni, ed è quasi impossibile scrollarsene di dosso il retaggio!
I capelli cotonati, il vestiario assurdo, i ritmi elettronici, la dance, i video effettati, le icone.
Sfido chiunque a non aver mai mosso nemmeno timidamente un piedino al ritmo di qualche tormentone dance di quegli anni. E Billy Idol era uno di quelli che ci sapevano fare.



Sì, perchè a parte avere il potere di far “smutandare” orde di ragazzine, aveva un carisma da paura! E con quel punk mezzo dance, quella faccia da cattivo ragazzo ribelle, e quei balletti indimenticabili, non poteva non passare alla storia.
Billy mi ha sempre fatto impazzire. Ricordo che ero tutta fiera quando persino i Sentenced ne hanno fatto la cover, ma non sono stati certo né gli unici né i primi.

In ogni caso…ci tenevo troppo a vederlo. Penso di aver fatto una testa così a chiunque da quando ho scoperto che suonava proprio qui vicino. Però costava troppo, e allora? E allora niente, ecco. Ero già lì che rosicavo, e invece, alla faccia della povertà…ho vinto i biglietti!!! Sommo gaudio!!
Come dice qualcuna di mia conoscenza, se le cose ci sono destinate ci capitano, in un modo o nell’altro, sia nel bene che nel male.



A dirla tutta avevo un po’ il timore di ritrovarmi davanti una mummia, e invece il caro Billy era in ottima forma: con un fisico da paura (meglio sicuramente del mio a vent’anni), ha dato spettacolo e tenuto il palco come un gran divo, aveva la sua groupie in bella vista a lato palco, e ha persino presentato suo padre che compiva gli anni (e lui sì che era una mummia, poraccio!!)

Insomma che dire? Quando i concerti sono gratis e superano le aspettative, non si può che ritenersi soddisfatti!

P.s. il titolo è un omaggio a un vecchio amico che chissà che fine ha fatto. Ma di sicuro sarebbe stato fiero di me!

P.p.s. Ricordatevi, Billy va ballato a suon di smorfie e di..."pugnetti pugnetti!!"



“On the floor of Tokyo
Or down in London town to go, go
With the record selection
And the mirror’s reflection
I’m dancing with myself

When there’s no one else in sight
In the crowded lonely night
Well I wait so long
For my love vibration
And I’m dancing with myself

Oh, dancing with myself
Oh, dancing with myself
Well there’s nothing to lose
And there’s nothing to prove
I’ll be dancing with myself



If I looked all over the world
And there’s every type of girl
But your empty eyes
Seem to pass me by
Leave me dancing with myself

So let’s sink another drink
’Cause it’ll give me time to think
If I had the chance
I’d ask the world to dance
And I’ll be dancing with myself

Oh, dancing with myself
Oh, dancing with myself
Well there’s nothing to lose
And there’s nothing to prove
I’ll be dancing with myself
 
 

Oh, dancing with myself
If I had the chance
I’d ask the world to dance
If I had the chance
I’d ask the world to dance..”

giovedì 5 luglio 2012

Andare. Dove? Andare.



- Un omaggio ad un’amica che ce l’ha fatta -




"D’estate al richiamo
dell’alba
Sorgerò dal fondo dei campi
Guardando nei portici vuoti
Cercando un paese per me



Con calma sulla terra ancora cruda
Da Cima Ortigara a Treporti
Dai rami del Po alle pietre del Pelmo
Dove dicono si sieda il Signore



Io ho cercato e vado ancora
Io ho cercato e vado ancora
Non ho trovato e ancora vado
Io ho cercato e vado ancora



Oppure foschia che si scioglie
Alla calura di un sole che si sfoga
Coi bambini a bocca aperta che guardano le barene
Dalle macchine in coda sul ponte



Con il clacson che suonerà a morto
Questo viaggio ti sembrerà diventare
Un essere imprigionato in un paese
Che non riuscirai mai a conoscere veramente



Io ho cercato e vado ancora
Io ho cercato e vado ancora
Non ho trovato e vado ancora
Io ho cercato e vado ancora"


(Piccola Bottega Baltazar - Cercando un paese)

Ogni volta, ogni giorno



“Non fidarti di chi distrugge i tuoi sogni con la scusa di farti un favore, perchè di solito non ha nulla da offrirti in cambio.

[…] Prima o poi i sogni smettono di essere tali. Perfino dal sogno della vita ci svegliamo con la morte, o viceversa. Non esito a dirti che il tuo amico ti ha sicuramente regalato la pecora più bella del mondo, proprio come te la immaginavi, l’unica di cui potevi prenderti cura e portarti dietro nel tuo piccolo pianeta.



Non hai forse goduto della sua compagnia mentre ammiravate i tramonti? Non sei accorso al suo fianco di notte perché non si sentisse sola e per non sentirti a tua volta così solo? Non hai pensato che ti apparteneva perché l’avevi addomesticata e che tu appartenevi a lei?

Di sicuro era più reale e più viva della pecora che hai visto nella fotografia, perché quella era solo una pecora, mentre dentro la cassetta c’era la tua pecora.”


(A. G. Roemmers – Il ritorno del giovane principe)




A volte penso che uno dei più grandi errori consista nel voler far sì che i sogni assomiglino alla realtà, che nascano e si plasmino su qualcosa di concreto, reale, conosciuto. Ma che senso ha tendere le dita verso un cielo lontano se l’intento è trascinarlo giù con sé invece che provare a volare?



I sogni dovrebbero essere sogni e basta. Li si dovrebbe concepire solo con la fantasia, e dar loro la forma di tutto quel che ancora non abbiamo visto.

Si dovrebbe sempre sognare in grande, desiderare le stelle, conquistare le nuvole, e poi camminare a testa in giù coi piedi attaccati al cielo e pretendere che nessuno abbia nulla da dire. La realtà dovrebbe farsi i fatti suoi ogni tanto, sì, starsene lì nel luogo che le compete e non disturbare col suo chiassoso razionale frastuono.



I sogni sono bolle di sapone: a chi importa se non arrivano mai da qualche parte? se non hanno una consistenza, se sono effimere e fluttuanti? Nessuno si pone mai il problema, sono belle così e basta.
I sogni sono sogni e basta. Non bisogna neanche ragionarci più di tanto.



A volte i sogni sono una felicità diffusa e impalpabile che circonda un gesto o un sorriso. Sono quel “non so che” che irradia di luce l’atmosfera e fa pensare a una qualche gioia senza nome.
Il mio sogno è svegliarmi ogni giorno in un inferno che contiene un piccolo angolo di paradiso. In quel paradiso c’è tutto quel che mi serve per affrontare chilometri di abissi.



La mia felicità è renderti felice, sentirti dire che ogni cosa diventa più bella quando la fai con me. E me ne accorgo anche da sola che tutto ti cambia colore intorno prendendo la forma di un sorriso.
I miei sogni sono piccole conquiste, quelle che contano davvero, quelle che non si raccontano e non si scrivono, ma restano.




Quelli che amano tacciono.
L’amore è il silenzio più fine,
il più tremante, il più insopportabile.
Quelli che amano cercano,
sono quelli che lasciano perdere
sono quelli che cambiano, quelli che dimenticano.
Il cuore dice loro che non troveranno mai,
non trovano, cercano.



Quelli che amano vanno come pazzi
perché stanno soli, soli, soli,
consegnandosi, dandosi ogni istante,
piangendo perché non salvano l’amore.
Li preoccupa l’amore.

Quelli che amano
vivono alla giornata, non possono fare di più, non sanno.
Sempre se ne stanno andando,
sempre, da qualche parte.
Aspettano,
non aspettano nulla, ma aspettano.
Sanno che non troveranno mai.
L’amore è la proroga perpetua,
sempre il passo seguente, l’altro, l’altro.
Quelli che amano sono gli insaziabili
quelli che sempre - meno male!- resteranno soli.



Quelli che amano sono l’idra del racconto.
Hanno serpenti al posto delle braccia.
Le vene del collo gli si gonfiano
anche come serpenti per asfissiarli.
Quelli che amano non possono dormire
perchè se si addormentano se li mangiano i vermi.

Nel buio aprono gli occhi
e in loro cade lo spavento.
Trovano scorpioni sotto il lenzuolo
e il loro letto galleggia come su di un lago.



Quelli che amano sono pazzi, soltanto pazzi,
senza Dio e senza diavolo.

Quelli che amano escono dalle loro grotte
tremanti, affamati,
a cacciare fantasmi.
Ridono di quelli che sanno tutto,
di quelli che amano per sempre, veracemente,
di quelli che credono nell’amore
come una lampada d’olio inesauribile.



Quelli che amano giocano ad afferrare l’acqua,
a tatuare il fumo, a non andarsene.
Giocano al lungo, triste gioco dell’amore.
Nessuno si può rassegnare.
Dicono che nessuno si può rassegnare.

Quelli che amano si vergognano di qualsiasi conformismo.
Vuoti, ma vuoti da una costola all’altra,
la morte li corrode dietro gli occhi,
e loro camminano, piangono fino all’alba
dove treni e galli si salutano dolorosamente.
A volte gli arriva un odore a terra appena nata,
a donne che dormono con la mano nel sesso, compiaciute,
a ruscelli d’acqua tenera e cucine.



Quelli che amano cantano tra le labbra
una canzone mai imparata,
e se ne vanno piangendo, piangendo,
la bella vita.


(Jaime Sabines)

domenica 1 luglio 2012

there is no place like home





“Un uomo percorre il mondo intero in cerca di ciò che gli serve
e torna a casa per trovarlo.”


(G. A. Moore)



Era giugno e il caldo iniziava a farsi sentire. Quel giorno non lavoravo, così avevo fissato una serie di appuntamenti per vedere alcune case.
Case? Meglio parlare di “stanzini spaziosi” in affitto. Del resto, quando già le foto promettono male, cosa ci si può aspettare dalla realtà?

Ricordo ancora la lista con tutti i numeri e gli indirizzi. Quello più in alto nella lista era il primo appartamento che avevo trovato facendo una rapida ricerca in internet. Tra l’altro era anche il primo che avevo deciso di visitare.



Dovevo andarci da sola, ma per qualche ragione sentivo che volevo ci fosse anche lui. Così ho fatto le corse nel traffico per andare a prelevarlo appena finito il turno di lavoro, ed il cielo, per darmi generosamente una mano, si è messo a diluviare a dirotto.
Ricordo anche che quel giorno avevo dei pantaloni bianchi. Io non metto praticamente mai pantaloni bianchi…probabilmente ho il talento innato di farlo solo ed esclusivamente nelle occasioni peggiori.



Come ogni buon padovano sa, alla prima goccia di pioggia il traffico diventa infernale. Per fare due chilometri è possibile impiegarci anche un’ora.
Quasi sicuramente devo aver pensato che vedere quella casa non era destino, visto che ormai il ritardo aumentava e il proprietario presto sarebbe ripartito.
Non che mi importasse molto, dato che avevo una lista infinita di appartamenti da vedere, ma certe cose diventano una questione di principio. Soprattutto quando è il tuo giorno libero e ti fai quaranta chilometri per andare in un posto, fai fare le corse al tuo ragazzo stanco morto per il lavoro, ti metti i pantaloni bianchi e piove.



Alla fine siamo arrivati con un ritardo pauroso, ma il proprietario fortunatamente ancora ci aspettava. Al momento di scendere dall’auto pioveva come non s’era mai visto prima.
Credo di non essere nemmeno riuscita a vedere bene l’esterno della casa da quanto dio la mandava.
Lì per lì mi era sembrata una catapecchia, ma una catapecchia con un cortile. Dieci punti subito.



Quel che più mi ha colpita però è stata la luce. Sì, la luce, nonostante la pioggia. Qualsiasi luogo diventa grigio e triste quando piove così intensamente, ma quella casa no.
Certo…era grigia come grigio era il cielo, ma c’era comunque una meravigliosa luce.
Non so quanto questo abbia influito sulle mie percezioni, di sicuro ha avuto un grosso peso. Perché la casa era veramente in condizioni pessime, eppure io ci vedevo qualcosa di speciale, un embrione nascosto di potenziale bellezza.



Al momento della scelta di andarmene di casa, quel che più temevo era di dovermi rinchiudere in uno sgabuzzino tra lo smog e gli opprimenti muri dei palazzi vicini.
Io che sono cresciuta lontano da tutto, dove l’aria è sempre più leggera e il cielo più limpido. Io che a malapena sapevo cosa volesse dire avere dei vicini o farsi scrupoli per girare in mutande e tenere lo stereo a palla.

Così quando ho visto quelle finestre così grandi e luminose, i soffitti alti, il cortiletto intorno che non soffocava quella piccola casetta immersa nella ragnatela cittadina, ho subito pensato che era fatta proprio per me.
E quando ho cercato lo sguardo di lui per capire cosa ne pensava, ho visto un sorriso entusiasta che non lasciava dubbi.



Peccato che io sia una femmina terribilmente scrupolosa. L’aver iniziato il giro con una casa così, mi ha invogliata a vederne altre prima di scendere a conclusioni affrettate. Beh…tempo perso. Uno sgabuzzino peggio dell’altro.
E intanto continuavamo a ripeterci quanto ci piaceva quella prima casetta, cosa avremmo potuto mettere lì e lì, e come ci sarebbe stato bene quello o quell’altro mobile.
Noi ancora non lo avevamo capito, ma lei era già nostra. Ci era entrata nel cuore anche se pioveva, ed era sporca, e trasandata.



Abbiamo avuto fortuna? Per certi versi sì. Ci abbiamo lavorato tanto, le abbiamo dato forme nuove e l’abbiamo fatta rinascere per quanto ci è stato possibile. Lei è pur sempre troppo vecchia e ogni tanto si diverte a tirare fuori qualche rogna in più, ma continua ad avere quella luce che mi incanta ogni mattina quando osservo il colore diverso di ogni stanza che si riflette sulle pareti contigue.

Oggi è uno di quei giorni in cui si tirano le somme, perché esattamente un anno fa sono partita con due o tre scatoloni ed un materasso caricato sul portapacchi della macchina, per metter piede in questa casa piena di intenzioni e speranze.



Il vuoto iniziale nemmeno si sentiva: tutto quel di cui avevamo bisogno attingeva all’inesauribile voglia di vivere insieme quell’avventura.
E adesso che è passato un anno e riguardo le vecchie foto, mi accorgo di come siamo riusciti a cambiare questi pochi metri quadrati di spazio che sono diventati poco a poco nostri.

Questo spazio che ci riflette come specchio iridescente, che cattura l’essenza e restituisce un riflesso di noi.




"Sai che sono un sognatore
Ma il mio cuore é d’oro
Sono dovuto scappare su di giri
Così non sarei tornato a casa giù
Quando le cose si sono aggiustate
Non vuol dire che fossero state
sempre sbagliate

Solo prendi questa canzone
E non ti sentirai mai
abbandonato

Portami nel tuo cuore
Sentimi nelle tue ossa
Solo un’altra notte ancora
E io ritornerò su questa
Lunga strada ventosa



Sono sulla mia strada
Casa dolce casa

Stanotte, stanotte
Sono sulla mia strada
Casa dolce casa

Sai che ho visto
Troppi sogni romantici
Illuminare il cielo
Cadere dallo schermo argentato
Il mio cuore è come un libro aperto
Che il mondo intero è libero di leggere
A volte niente
Mi mantiene coerente




Sono sulla mia strada
Casa dolce casa
Stanotte, stanotte
Sono sulla mia strada
solo lasciami libera
Casa dolce casa
"

(Motley Crue – Home sweet home)

lunedì 18 giugno 2012

Hail!!



Qualcuno inventi una cupola ipertecnologica che funzioni a uso freezer per l’Italia. Per favore.
Una di quelle cose che si vedono in quei meravigliosi film di fantascienza anni 70, nei quali la generazione del “tutto è ancora possibile” si immaginava un sacco di cose strafighe che invece poi il progresso scientifico ha snobbato.

Sarei anche disposta a girare con quei vestitini trash fatti con il Domopak, se dovesse servire.
Ma qualcuno fermi questo phon puntato in faccia!

Che poi sto ringraziando i sette cieli, tutte le divinità del Faerun e le sfere del drago (sì sto delirando) perché questa piccola adorabile casetta è dannatamente strategica.
Riesce ancora a conservare almeno 3 o 4 gradi in meno rispetto all’esterno, ma diamine…prima o poi anche questo lusso finirà. Sento che è solo questione di ore.
Stanno venendo a prendermi….escono dalle fottute pareti. SBAM. *rumore di mazzafrusto sul portone in stile horror e/o di craniata liberatoria sul muro*

Intanto tengo tutti i balconi chiusi e mi illudo che al buio sia più fresco, poi vado a buttare la spazzatura e scopro che oltre la porta c’è praticamente un altro ecosistema.
I bambini però sembrano esser contenti: non mi hanno mai rotto così tanto le palle come in questi giorni. Tentano persino di buttarmi giù la parete ad est con variopinti areoplanini di carta.

Gli animali invece no…non oso neanche immaginare come stia quella pigrona di Kimmeh, ma il gatto che fa la vedetta ai miei fili della biancheria stamattina annaspava.
Per fortuna, mi vien da aggiungere, così magari non avrà le forze di papparsi quel povero piccolo di merlo che ieri è caduto dal nido. Chissà che fine ha fatto.

E per alleviare questa calura che si può fare? Mangiare chili di “wraffins” perché ne abbiamo fatti troppi e strafogarsi di “salsa ciecia” perché stavolta all’Avis non devo sgarrare di una virgola.
Tutto questo crea immensa frescura e refrigerio, ovviamente. Come no.

In compenso mi son rivista questo cortometraggio con la foxie nordica e per qualche secondo giuro di aver sentito la Svezia. Un po’ come i santoni che sentono l’odore di rose e poi si fanno i trip.



Non so perché ho iniziato a delirare come se non ci fosse un domani. Inizialmente volevo fare un post per mettere le foto del concerto di sabato, poi però mi sono accorta di essere troppo pigra per cercare un testo che ci stesse bene.

Sarà perché io e il black non abbiamo mai avuto chissà che rapporto. I miei apici d’ascolto di black metal risalgono a parecchi anni fa e si limitano a Bathory, Celtic Frost, Impaled Nazarene (solo perché ci ha suonato Jarva), e Dimmu Borgir (giusto perché quel lato melodico mi intrippava). Ma mai niente di serio…solo ascolti a livello di “facciamoci una cultura”.
Forse l’unico album black che sono riuscita ad ascoltare svariate volte è il primo dei Moonspell. Occorre dire perché? Perché sono i Moonspell.

Quindi, ecco, le band black non mi fanno impazzire agli alti livelli, figuriamoci i gruppi locali. Però ammetto che alcuni ci sanno fare, e anche se non posso apprezzarne a pieno le doti (a parer mio molti peccano di lacune tecniche e di mancanza di originalità), riesco comunque ad ammirarne la presenza scenica e l’atmosfera.

Parlando da aspirante sfiga-fotografa devo poi riconoscere a questi blacksters che fanno sicuramente divertire chi sta dietro ad un obiettivo. Spesso fotografare band dal vivo diventa monotono e ripetitivo, le pose sono sempre quelle, le angolazioni anche. Ma se un gruppo punta molto sull’immagine, offre anche parecchi spunti in più per un occhio attento ai dettagli.
La povera Reffy ha tirato il collo al suo meglio,con le potenzialità di quel EF-S 18-55 f3,5 che ogni tanto con la poca luce e la distanza chiede pietà. Però, sticazzi, Reffy è pur sempre Reffy. Come farei senza?

Ecco, fatto questo preambolo uno si aspetterebbe chissà che reportage fotografico. Sbagliato.
A mia discolpa posso dire di aver volutamente ricercato una licenza poetica che rispecchiasse le vaghezze caotiche del genere musicale. In realtà sono tutte mosse e sfuocate perché non avevo voglia di far di meglio. Cioè…ho fatto solo trenta foto. Io…trenta…capite??!!
La mia media solitamente tocca le centinaia. A sera.

Fa niente, mi rifarò venerdì. Algol nuovamente in concerto, su per i monti con capretti e grappette. Non vedo l’ora.
Rosico per il semplice fatto che mi perdo i Subsonica, ma l’amore vince su tutto. E poi…ormai sono una fan accanita.
Da quando sto con un musicista sono diventata ancora più esigente in fatto musicale. Cioè…se ti ascolti tutto il giorno i Death, poi difficilmente riesci ad apprezzare anche solo minimamente qualsiasi altra produzione musicale dello scibile umano.
Un po’ come mangiarsi un Lindt ripieno e poi una stecca di cioccolato della sma. Mica fa schifo, ma vuoi mettere?

Ciò non toglie che continuo ad ascoltare di tutto come sempre. Ma ammetto che sto scoprendo di essere sempre più attenta al lato tecnico e non solo a quello emozionale.
Dev’essere l’overdose di Pain of Salvation. Più li ascolto e più mi chiedo come fa il mondo a vivere senza conoscere la perfezione.
Perché loro sono perfetti, perché sono ricercati in ogni minimo dettaglio, tecnicamente ineccepibili, costruiti con una complessità tale da rasentare talvolta la follia, eppur in grado di avere un’impronta unica e di creare emozioni che non scolorano al secondo ascolto.
Sì ecco, i filosofi dovrebbero smetterla di cercare il fine trascendentale dell’universo. Bisogna ascoltare i PoS: risolto tutto.

Ma sto divagando. Siccome il caldo aumenta e potrei squagliarmi al suolo divenendo tutt’uno con le povere briciole del muffin che ha perso la vita poco fa, mi sento in dovere di fare anche un’ultima affermazione prima di abbandonarmi al mio destino.
Omega White è fantastico. Ho ritrovato quella vena che i Moonspell avevano perso e che personalmente rimpiangevo molto. Potrei ascoltarlo per ore.
Ho anche già designato la preferita: Incantatrix. Che per qualche assurdo motivo (che non ho intenzione di spiegarmi) mi ricorda questa:



Bene, mi sembra squisitamente azzeccato questo video (che non centra un’emerita mazza) per concludere un post che doveva parlare di black metal.
“Il caos regna” - Disse la volpe.



Ok, vado di fotine (dei Xeper), intervallate da una citazione di quei geni di Nonciclopedia!
L’ironia fa sempre bene!



Le 666 regole del true blackster

1. Sii "true".
2. Sii sgradevole.
3. Sii necro.
4. Se possibile, cerca di essere contemporaneamente sgradevole e necro.
5. Spacca le cose finché non diventano sgradevoli e necro.
6. Non divertirti ai concerti. Sta’ in un angolo con le braccia conserte.
7. Quando qualcuno ti chiede se ti piace la musica dei Mayhem, precisa che ti piace solo la musica dei "true" Mayhem. Maniac è gay.
8. Non giocare con cose ricoperte di pelo, a meno che per "giocare" tu intenda "bruciare".
9. Non essere Dani Filth.
10. Mai e poi mai, in nessuna circostanza pronunciare la frase "Kenny G spacca, man."



11. Quando tua mamma ti dice di portare fuori la spazzatura, dille che tu sei troppo metal per buttare via l’immondizia.
12. Sodomizza una puttana vergine.
13. Sodomizza tutto ciò che non è maschio.
14. Assicurati che i tuoi album vengano esauriti 3 anni dopo la pubblicazione, così diventeranno "cult".
15. Quando hai dubbi, di’ "True Norwegian Black Metal!"
16. Se non funziona, una scarica di colpi può riempire qualsiasi silenzio.
17. Gira sottosopra ogni croce che trovi.
18. Scrivi una ’zine cult, underground, grim e necro. Fai solo interviste con band che nessuno ha mai sentito, solo "true" blackmetallers".
19. Il Symphonic Black Metal non è true.
20. Mai scrivere canzoni lunghe meno di 15 minuti e che contengano meno di 15 aggettivi nel titolo.



21. Pitturati la faccia, vai nei boschi e atteggiati a troll.
22. Non indossare scarpe bianche dopo la festa del lavoro.
23. Quando sei nel dubbio, assumi un aspetto minaccioso con gli occhi ribaltati all’indietro.
24. Se non è doloroso da ascoltare, non può essere "true"!
25. Assicurarsi che non meno della metà dei musicisti presenti nel tuo album siano "session".
26. Se puoi, non suonare mai live.
27. Quando sei pronto per andare ad un concerto, dimenticati completamente che le altre persone non sono lì per guardare te.
28. Usa filo spinato in qualsiasi momento sia possibile.
29. Quando un non "true" black metaller ti chiede cosa è il BM, dì qualcosa tipo "Il BM è la selvaggia essenza della pura nera malvagità nell’uomo". In ogni caso assicurati che quando finisce la conversazione, l’altra persona non abbia ancora idea di cosa sia il Black Metal.



30. Spingi un membro della tua band a suicidarsi, e dichiara che è morto per causa del "mainstream" che "infetta" la "scena".
31. Devi avere un side project. Assicurati che tutti gli altri membri della band ne abbiano uno.
32. Impegnatevi come sessionman occupando tutte le posizioni vacanti nel side project degli altri membri della vostra band.
33. Registra tutto nello stesso studio con lo stesso produttore/strumenti/equipaggiamento.
34. Assicurati che la copertina del tuo album non abbia più di 3 colori.
35. Specifica pubblicamente che la tua è una band non religiosa, poi usa la parola "satan" più di 400 volte nel tuo album composto da una sola canzone di 30 minuti.
36. Sostieni che la musica non dovrebbe mai progredire e che dovrebbe suonare ancora come nove "friggin" anni fa.
37. Non dire mai "friggin".
38. Non finire mai quello che inizi.
39. La parola "hail" è il solo appropriato saluto quando si vuol salutare qualcuno "True".
40. Se in un’occasione ti senti particolarmente "true", prova con "Infernal Hails".



41. Tutti i loghi devono includere scritte illeggibili e almeno un pentacolo e/o una croce rovesciata. Questo non è trattabile.
42. Quando parli di sesso con una metalgirl usa solo la terminologia: "ficcare il mio gelido e nuvoloso pinnacolo nelle sue aperture logoratrici."
43. Disegna loghi complessi per la tua malvagia black metal band sul bloccafogli al centro dell’aula di matematica.
44. Accetta qualsiasi intervista ti viene offerta... Quindi chiarisci che tu non ami essere intervistato.
45. Divertiti veramente con Star Trek: The Next Generation.



46. Non divulgare mai a qualsiasi sconosciuto il giorno esatto del divino arrivo del solenne Hoof. Piuttosto informali che si dovranno tenere pronti per succhiare il viscido @#%$& dell’Oscuro Sire in qualsiasi momento.
47. Usa la frase "Succhia il viscido &%$£% dell’Oscuro Sire" ogni volta che è possibile.



48. Se mai scopriste di essere in qualche modo diventato un membro degli Hecate Enthroned, assicuratevi di girare un video musicale composto da spezzoni di voi che camminate con aria malefica nei boschi di notte. L’unica cosa è che invece di girarlo di notte dovete accertarvi di filmare nel bel mezzo dello stramaledetto giorno, e che invece di avere un’aria malefica dovete avere l’aria sfigata.
49. Portare una statua in ceramica della Madonna davanti a casa di vostro zio non vuol dire farla prostituire (a meno che non le diciate di aver finito poi le veniate in faccia come una cannonata quando si gira).
50. Astenersi da usare emoticon quando comunichi via internet. L’unica accettabile è



51. Norsk Arysk Blak Metal! Rahhh! Paura eh?
52. Non importa da dove vieni, fingi di venire dalla Norvegia e quindi di essere "true".
53. Non fare riferimento ai Beastie Boys.
54. Non fare riferimenti.
55. Satanus. Huh huh huhuhuhuh.
56. Huhuhuhuhuhuhuh.



57. Come tutti sappiamo, le donne non hanno posto nel mondo omoerotico del black metal, ma se la tua ragazza non la smette di infastidirti col fatto che vuole far parte della tua band, dalle una insignificante parte parlata o qualcosa del genere.
58. Acquista qualsiasi lavoro dei Darkthrone. Ascoltarlo è facoltativo.
59. Per far sì che la tua registrazione sia più incomprensibile e quindi più "cult", assicurati di selezionare un cantante che abbia una bassa conoscenza della lingua da cantare (Linguaggi accettati: Norvegese, Latino, Orchesco).



60. Non far emettere altro suono alla tua chitarra oltre "sgiun giun giun (palm mating)tiiiiiii (armonico).
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666z. È scientificamente provato che più un disco si sente male, più è true.