"Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere, un cuore eccessivamente spontaneo che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale; che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta, tristi canzoni, come le strade strette quando piove."
"Forse sono l’uomo con le leggendarie quattro mani Per toccare, per curare, implorare e strangolare. Ma io non so chi sono, e tu ancora non sai chi sono..." F. R.
Antoine De Saint-Exupéry: Lione, 1900-nel cielo di Francia, 1944.
Fin dal mio primo approccio con lo scrittore Antoine De Saint-Exupéry, romantico aviatore appassionato di volo, disegno e penna, della sua biografia mi aveva sempre colpito un elemento in particolare, la vaghezza del luogo della sua morte; qualunque testo aprissi su di lui trovavo, infatti, indicata la località in cui era nato, ma non quella in cui era morto.
E’ noto che Saint-Exe, come affettuosamente lo chiamano in Francia, scomparve durante una missione di guerra, ma ignote restano le cause; tra le tante ipotesi due le più attendibili: la prima è che sia stato abbattuto in volo da un aereo tedesco, la seconda, caldeggiata dallo scrittore Jules Roy nel suo libro " Passion et mort de Saint-Exupéry", sostiene che lo scrittore abbia deviato per vedere i luoghi della sua infanzia e sia precipitato in mare per un guasto al motore, mentre sfuggiva alla contraerea tedesca.
Qualunque delle due ipotesi fosse quella giusta, per me restava il fatto concreto della sua scomparsa in mare e la vaghezza del luogo della sparizione, da qualche parte, nel meraviglioso cielo della Francia, che si caricava d’un significato simbolico e misterioso che lo legava ancor di più alla sua creatura letteraria, al Piccolo principe proveniente da un mondo misterioso, un asteroide sconosciuto, verso il quale ritornerà, misteriosamente come ne è arrivato.
Ebbene, nell’estate del 2001, inaspettatamente, al largo di Marsiglia, insieme ad altri suoi effetti personali, il mare restituì parti del suo velivolo; finalmente si poteva, finalmente potevo, dare un nome al luogo della sua scomparsa: Marsiglia!
(...) il libro più famoso di Antoine De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, autentico capolavoro, scritto da Saint-Exe non per l’amico divenuto adulto, come recita la dedica, ma per quando l’amico era ancora bambino, pubblicato per la prima volta nel 1943 e consacrato subito, anche dallo stesso scrittore, libro per l’infanzia, ed è in quest’ottica che è stato letto da intere generazioni di adolescenti, commentato in quasi tutte le scuole secondarie e tradotto in 103 lingue (c’è persino una traduzione recentissima in dialetto napoletano ed un’altra addirittura in "tifinagh", la lingua parlata dai Tuareg).
E’ una favola scritta per i bambini, perché, come dice l’autore, gli adulti vogliono vedere solo fatti certi e sicuri e, in un disegno loro sottoposto, in una forma che assomiglia ad un cappello, vedono solo il cappello, e non il boa che ha inghiottito l’elefante, una favola delicata e moderna dedicata ai grandi che sono stati bambini una volta e poi se ne sono dimenticati, scaturita dal bisogno dell’autore di esprimere poeticamente la necessità per l’umanità di riscoprire i sentimenti dell’amore e dell’amicizia (Create dei legami perché non esistono venditori di amici, Il Piccolo principe), che vanno coltivati, alimentati, nutriti, addomesticati, proprio come fa il Piccolo principe con la sua rosa, e la volpe col piccolo principe.
Nel libro lo scrittore descrive un ometto biondo, un minuscolo e candido bambino dai capelli d’oro e dalle guance del colore della porpora ( il "bambino del suo cuore", come amava definirlo, che spesso aveva disegnato fino a dargli poi l’immortalità rendendolo il protagonista, proveniente da B 612, un asteroide sconosciuto e lontanissimo dai quarantatrè tramonti, dal quale s’è allontanato per sfuggire ad una rosa di cui s’è innamorato), che si presenta al narratore in pieno deserto del Sahara, dov’è stato costretto ad atterrare per un guasto al motore del suo apparecchio.
Prima di approdare sulla Terra, il Piccolo principe ha molto vagato negli spazi e, di asteroide in asteroide, di pianeta in pianeta, di viaggio in viaggio, ha incontrato i mondi e i personaggi più disparati: un re senza corona e senza sudditi desideroso soltanto del comando, un vanitoso perso nella contemplazione di sé, un ubriaco che beve per dimenticare di essere un alcolizzato, un uomo d’affari occupato solo a calcolare all’infinito un infinito numero di stelle, un lampionaio che accende e spegne un unico fanale perché così gli è stato ordinato, ed infine un saggio, un geografo che gli consiglia di visitare il pianeta Terra, perché gode di una buona reputazione.
Ed è proprio sulla Terra che, dopo aver fatto numerosi incontri, alla ricerca di amici, avviene l’incontro più significativo, quello con la volpe. La volpe gl’ insegna il significato che bisogna dare alla vita mediante i riti, talvolta trascurati o dimenticati, dell’amicizia e dell’amore, che consentono di "addomesticare", cioè di creare dei legami e quindi di conoscere realmente le cose, piano piano, giorno dopo giorno.
Alla fine dell’incontro, prima di congedarsi definitivamente, la volpe gli rivela il suo semplice segreto per cogliere "l’essenziale" delle cose:
<<Addio, disse la volpe. Ecco il mio segreto. E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.>> <<L’essenziale è invisibile agli occhi>> ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. <<E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.>> <<E’ il tempo che ho perduto per la mia rosa>>…sussurrò il piccolo principe per ricordarselo. <<Gli uomini hanno dimenticato questa verità. Ma tu non la devi dimenticare. Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa.>> <<Io sono responsabile della mia rosa>>…ripeté il piccolo principe per ricordarselo.
Forse non tutti sanno che "Il Piccolo Principe" rappresentò per lo scrittore una sorta di prova d’amore per riconquistare la moglie, dopo un periodo di distacco durato cinque anni, nel quale aveva ripreso la sua vita da celibe, accordando alla donna libertà totale. Dopo il periodo di ritrovato celibato, Saint-Exe ritornò da lei, e scrisse il libro.
Sotto il velo dell’allegoria, paragonandola alla rosa della storia, vanitosa, bugiarda, possessiva, tiranna e presuntuosa, volle dirle che, con tutti i suoi difetti, ella era diversa da tutte le altre e questa differenza risiedeva proprio nel fatto che lui l’aveva scelta tra tante, e che lei, a sua volta, era stata catturata da lui, scelta e, dunque, prescelta.
Qualunque siano le ragioni o le cause reali che hanno prodotto tale opera, la fiaba, che mescola elementi di fantasia e di parabola allegorica, intrisa com’è di simboli si presta a molteplici interpretazioni, ma forse il modo più bello di recepirla resta proprio quello di leggerla come una bella favola per bambini, guardando al Piccolo principe e alla volpe come personaggi da fiaba che, come in un apologo morale, hanno qualcosa da insegnare anche agli adulti.
Il Piccolo principe cerca gli uomini, cioè la legge per vivere nel mondo degli uomini, e la volpe, saggia e non astuta come nelle favole tradizionali, spiega il modo attraverso il quale è possibile la conoscenza, tramite "l’addomesticare"; certo, la conoscenza implicherà poi anche la sofferenza, ad esempio quella del distacco, ma varrà la pena soffrire se poi in cambio si guadagnerà "il colore del grano", vale a dire una nuova visione delle cose.
<<…I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color dell’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…>>
(Francesca Santucci)
In questo regno diviso tra tenebre e stelle, ammantato di nebbia e irradiato di sole, quanti uomini sanno contare, regnare, bere, vivere, amare?
Solo coloro che hanno imparato a trovare le tracce di una volpe sanno cosa significhi amare senza possedere, desiderare senza sacrificare.
E unicamente una volpe addomesticata può sorridere dei colori del grano, celando in quel sorriso il segreto di una felicità che non contempla più soltanto sé stessa.
La saggezza arriva alla fine di una strada tortuosa, nascendo da campi senza grano, e passando attraverso le vite di uomini piccoli quanto i loro minuscoli pianeti.
La saggezza arriva infine per la volpe, scorrendo lungo il dorso ammantato di soffice pelo rossiccio, mischiandosi al peso del dolore, dell’amore, di tutto il sentire che su quella fragile schiena si è accumulato.
La saggezza contempla l’amore, ma l’amore non contempla nient’altro che sé stesso e il suo esistere, in tutti i colori e le forme del grano, del cielo, delle stelle. In tutti i nomi che, in suoni ogni volta diversi, richiamano un solo nome. In ogni attesa, in ogni anelito, in tutta l’immensità del vento tra le spighe che nessuno possiede, ma che la volpe adesso può avere, ogni volta che lo desidera.
“Lasciami andare,
lasciami andare.
Lasciami cercare le risposte che ho bisogno di conoscere.
Lasciami trovare una strada.
Lasciami andare via, attraverso la corrente.
Ti prego, lasciami andare.
Lasciami volare,
lasciami volare.
Lascia che io mi sollevi contro quel cielo di velluto cremisi.
Lasciami inseguire tutto,
rompere le mie ali e cadere..
probabilmente sopravvivere.
Quindi lasciami volare...
Lasciami volare.
Lasciami correre,
lasciami correre.
Lasciami cavalcare la cresta delle possibilità nel sole.
Tu sei sempre stata lì.
Ma potresti perdermi qui.
Ora amami se osi,
e lasciami correre.
Sono vivo e fedele al mio cuore ora. Sono me stesso.
Ma perché la verità deve sempre farmi morire?
Lascia che io mi rompa!
Lasciami sanguinare!
Lascia che io mi distrugga, ho bisogno di respirare!
Lascia che io mi perda!
Lasciami andare alla deriva!
Forse per procedere.
Solo, lasciami sanguinare!
Lascia che io mi svuoti!
Lasciami morire!
Lasciami frantumare le cose che amo, ho bisogno di piangere!
Lasciami bruciare tutto!
Lasciami cadere attraverso il fuoco che purifica!
Ora lasciami morire..
Lasciami morire.
"E d’improvviso desiderai, desiderai, oh desiderai con tutta l’intensità di cui il mio cuore fu mai capace, desiderai essere non una delle due piccole mele del quadro, non una di quelle mele dipinte sul davanzale dipinto: già questo mi sembrava un destino eccessivo… No: diventare la morbida, piccola ombra poco appariscente di una di quelle mele – ecco il desiderio in cui si concentrava tutto il mio essere".
"La notte affina e rende più intense le sensazioni,
l’oscurità risveglia ed eccita l’immaginazione.
Silenziosamente i sensi abbandonano ogni resistenza.
Inutile resistere alle note che scrivo,
perché io compongo la musica della notte.
Lenta e dolce, la notte dispiega il suo splendore:
Afferrala, sentila, tenera e tremante.
Sentire è credere,
la musica inganna.
Forte come il fulmine, tenue come la luce di una candela.
Osi affidarti alla musica della notte?
Chiudi gli occhi, perché gli occhi dicono solo il vero,
e il vero non è quello che vuoi vedere.
Nel buio è più facile fingere
che le cose siano come dovrebbero essere.
Dolce, insinuante, la musica ti accarezza.
Ascolta, senti come s’impossessa di te in segreto.
Apri la tua mente, libera la tua fantasia,
in questa oscurità che sai di non poter combattere.
L’oscurità della musica della notte.
Chiudi gli occhi e inizia il tuo viaggio
in un mondo nuovo e inaspettato.
Lascia ogni pensiero del tuo vecchio mondo.
Chiudi gli occhi e lascia che la musica ti liberi.
Solo allora potrai appartenermi.
Galleggiando, cadendo, dolce intossicazione.
Lascia che il sogno inizi,
lascia che il tuo lato oscuro si arrenda
al potere della musica che scrivo.
Il potere della musica della notte.
Tu ed io possiamo far prendere il volo alla mia canzone.
Aiutami a comporre la musica della notte.
“La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse piú: cosa che non si può dire delle altre arti.
La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari.
La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettività: perciò l’effetto della musica è tanto piú potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.(…)
La musica esprime, con un linguaggio universalissimo, l’intima essenza, l’in sé del mondo, che noi, partendo dalla sua piú limpida manifestazione, pensiamo attraverso il concetto di volontà, e l’esprime in una materia particolare, cioè con semplici suoni e con la massima determinatezza e verità; del resto, secondo il mio punto di vista, che mi sforzo di dimostrare, la filosofia non è nient’altro se non una completa ed esatta riproduzione ed espressione dell’essenza del mondo, in concetti molto generali, che soli consentono una visione, in ogni senso sufficiente e applicabile, di tutta quell’essenza;
chi pertanto mi ha seguito ed è penetrato nel mio pensiero, non troverà tanto paradossale, se affermo che, ammesso che si potesse dare una spiegazione della musica, completamente esatta, compiuta e particolareggiata, riprodurre cioè esattamente in concetti ciò che essa esprime, questa sarebbe senz’altro una sufficiente riproduzione e spiegazione del mondo in concetti, oppure qualcosa del tutto simile, e sarebbe cosí la vera filosofia.
(…) La musica è la vera lingua universale che viene compresa ovunque.
Essa non parla di cose, ma soltanto di gioia e di dolore, che sono le uniche realtà
per la volontà: perciò essa parla così intensamente al cuore, mentre
nulla ha da dire direttamente alla testa.”
(A. Schopenauer - Il mondo come volontà e rappresentazione)
L’ombra vasta della sera, lenta e quieta, copre la città avanzando tra i vicoli meno affollati, mentre i lumi si accendono e vibrano debolmente, andando ad aumentare le ombre proiettate.
Saluto con un cenno e mi avvio per strada, i libri stretti tra le braccia, il passo disinvolto eppur svelto mentre scorro lo sguardo su quest’infinita scena di inutili comparse che è la vita ordinaria di una città.
- Poco siamo , poco ci basta. Il mondo toglie ciò che ci dà. -
La notte, venendo come nulla, mi ricorda chi ho cessato di essere. Ho una voce nella mia testa che urla di continuo tutto ciò che le mie labbra rinnegano. E’ una voce d’insensatezza, di illogica e perversa follia, e so che cedere adesso equivarrebbe a fallire.
Non posso smettere di tentare, e per farlo ho bisogno di tutto il controllo possibile, ma più spingo lo sguardo a lacerare il velo che ormai ho scovato, e più tutto sfuma in un’illogica coreografia squilibrata che disperde la lucidità dei miei pensieri.
Sono a un passo, solo un passo, dalla conquista o dalla definitiva sconfitta, ma non è in mio potere scegliere.
Respiro la notte, e i meandri di tutto il mio essere si riempiono di una buia quiete, nera come l’inchiostro versato, come gli occhi che ancora mi tentano, come una notte senza stelle che promette sogni d’oblio.
Fisso la limpida oscurità di queste palpebre chiuse, e lentamente lascio scorrere la stanchezza via dalle mie membra.
Sono solo una bambola abbandonata in un angolo del palcoscenico dopo che il sipario è calato, gli arti adagiati l’uno sull’altro senza una logica, i fili lasciati senza padrone.
Scorre via la volontà dalle mie stesse membra, e ritrovo la pace vacua del silenzio notturno.
Il vuoto è la più grande meraviglia che la mia mente abbia mai provato, solo un vuoto passeggero che lenisca questa fame che corrompe i miei pensieri, spingendoli ad afferrare sempre di più…sempre di più.
Il teatro, la scena, gli attori: le mie vie di fuga.
Potevo essere tutti e nessuno, possedevo mille volti e tanti altri costumi, e avevo sempre un sipario a separarmi dal mondo, una netta certezza di vivere pur non vivendo. Mi abbandonavo all’ebbrezza di un cosmo in cui tutto era finto ma nulla falso, e nutrivo sogni e illusioni appendendoli come spille sul mio unico volto ancora così reale.
Ho sognato nella mia vita, sogni che son rimasti a lungo con me, e che hanno cambiato le mie idee. Son passati attraverso il tempo e attraverso me stessa, come il vino attraverso l’acqua, ed hanno alterato il colore della mia mente. Amavo e speravo, bruciavo di ardente passione, credevo a fiumi di menzogne, ed ero costantemente ubriaca di sogni.
Non avevo ragione a starmene ad aspettare davanti al palcoscenico delle marionette? Guardavo i loro movimenti e pensavo a come tutto sia pretesto, quel che facciamo qui. Tutto non è se stesso.
Non è forse più sopportabile quell’involucro di pelle e filo cucito sul volto d’apparenza di una bambola?
Eppure ora desidero così ardentemente svuotarmi, strappare con foga i costumi di scena, scucire le maschere, ed urlare fino a che l’ultimo residuo di vitalità abbandonerà l’involucro inutile che è questo corpo.
Sarebbe un po’ come rinnegare me stessa…ma sono davvero sempre stata così?
Ci sono domande alle quali non voglio rispondere, copioni che ho gettato tra le fiamme molto tempo fa, e sceneggiature che scrivo e riscrivo continuando a recitarle nella mia mente fino a che non troveranno nella realtà il loro grandioso finale.
L’unico finale che davvero desidero.
E allora che urli pure la mia mente, non la lascerò parlare attraverso queste labbra. Arriverò a controllare ogni cosa.
(Memorie di Erianthe: maga thayan sharita)
“In un tempo in cui tutti ancora si affannavano a risponderci sempre rapidamente e rassicurandoci, fu essa, la bambola, la prima che ci avvolse di quel silenzio più grande della vita, che poi sempre tornò ad alitarci dallo spazio ogni volta che in qualche luogo giungevamo ai confini della nostra esistenza (…) Iniziate alle prime indicibili esperienze dei loro proprietari, distratte tra le loro primissime inquietanti solitudini come nel mezzo di stanze vuote (…). Ma noi presto comprendemmo che non potevamo farne né una cosa né una creatura umana, e in simili momenti divenne un ignoto per noi, e ogni senso confidente di cui l’avevamo riempita e colma, ci divenne ignoto in lei (…)
Taceva essa allora, non per superiorità, taceva perché era quella la sua perpetua scappatoia,
perché era costituita di un‘inutile materia affatto responsabile – taceva e neppure le saltava in
mente di vantarsene, benché le dovesse servire molto a darsi importanza in un mondo in cui il
destino, anzi Dio stesso si son fatti famosi anzitutto perché ci fronteggiano col silenzio.
Ecco, alla fine ti abbiamo realmente distrutta, anima della bambola,
mentre intendevamo circondarti di cure, erano già le larve che ti rodevano e ti rendevano così cava e pigra.
Ora scappa fuori, questa nuova, pavida stirpe e svolazza traverso il nostro buio sentimento. A vederle, si direbbero piccoli sospiri, tanto sottili che per essi non basti il nostro orecchio.
Appaiono svanendo, giacché questo solo le occupa: svanire.
E’ come se si struggessero per un’ardente fiamma, da gettarvisi larvalmente.
Pensando questo e alzando gli occhi, si sta, quasi smarriti,
davanti alla loro natura di cera.”
Boys and girls of every age
Wouldn’t you like to see something strange?
Come with us and you will see
This, our town of Halloween
This is Halloween, this is Halloween
Pumpkins scream in the dead of night
This is Halloween, everybody make a scene
Trick or treat till the neighbors gonna die of fright
It’s our town, everybody screm
In this town of Halloween
I am the one hiding under your bed
Teeth ground sharp and eyes glowing red
I am the one hiding under yours stairs
Fingers like snakes and spiders in my hair
This is Halloween, this is Halloween
Halloween! Halloween! Halloween! Halloween!
In this town we call home
Everyone hail to the pumpkin song
In this town, don’t we love it now?
Everybody’s waiting for the next surprise
Round that corner, man hiding in the trash cam
Something’s waiting no to pounce, and how you’ll...
Scream! This is Halloween
Red ’n’ black, slimy green
Aren’t you scared?
Well, that’s just fine
Say it once, say it twice
Take a chance and roll the dice
Ride with the moon in the dead of night
Everybody scream, everbody scream
In our town of Halloween!
I am the clown with the tear-away face
Here in a flash and gone without a trace
I am the "who" when you call, "Who’s there?"
I am the wind blowing through your hair
I am the shadow on the moon at night
Filling your dreams to the brim with fright
This is Halloween, this is Halloween
Halloween! Halloween! Halloween! Halloween!
Halloween! Halloween!
Tender lumplings everywhere
Life’s no fun without a good scare
That’s our job, but we’re not mean
In our town of Halloween
In this town
Don’t we love it now?
Skeleton Jack might catch you in the back
And scream like a banshee
Make you jump out of your skin
This is Halloween, everyone scream
Wont’ ya please make way for a very special guy
Our man jack is King of the Pumpkin patch
Everyone hail to the Pumpkin King
This is Halloween, this is Halloween
Halloween! Halloween! Halloween! Halloween!
In this town we call home
Everyone hail to the pumpkin song
La la-la la, Halloween! Halloween!
“Ho sempre simpatizzato per gli zombie, hanno un che di rivoluzionario.
Rappresentano il popolo solitamente senza idee autonome che a un certo punto, stanco dei soprusi, si ribella.
Non è marmo venato di verde. Sono crepe e ombre scomposte di frammenti sparsi e taglienti. Sono vene svuotate di linfa, sono burroni senza direzione. Sono i tuoi occhi iniettati di sangue. Sono l’eco della paura senza voce nella mia testa.
Silenzio. Non c’è nessuna orchestra, è tutto registrato.
Voci sommesse nei corridoi, il passo svelto degli infermieri, i sospiri esasperati di chi attende.
Incrocio decine di volte gli stessi sguardi ma è il pavimento che continua a inghiottirmi.
Ho accarezzato la tua testa così tante volte stanotte. Ho svuotato tutto quello che avevo.
Ho capito che non so più cosa vuol dire vivere se in mezzo non ci sei tu.
Eccolo il mio eroe. Quello delle imprese semplici che sanno richiedere sforzi enormi. Quello che sa come frantumare tutti gli ostacoli. Quello che non si tira indietro mai.
Il mio eroe. Quello vero, quello reale. Bello come nessuna finzione me ne aveva mostrati mai.
“Mi impegno a svegliarti con un sorriso…a stringerti quando piangerai…”
Romantico, poetico, unidirezionale.
Mi impegno a non volere lo stesso da te.
E’ questa l’affermazione più grande che potrò mai fare. E non è romantica neanche un po’, ma mi permette di vivere.
Perché non voglio che la spirale mi inghiotta, non voglio camminare in circoli e accorgermi che tutto ritorna uguale a sé stesso, proiettato ogni volta un gradino più in basso. Non voglio continuare a fare gli stessi errori, e se devo farli voglio poterli scegliere.
Cambiano le persone, le voci, gli sguardi, ma se fisso il centro della spirale, giù in basso, quello che mi grida è che non è cambiato niente, e che lei è lì che mi aspetta, che tanto non ne uscirò mai.
Non puoi prenderti cura di me, non puoi stringermi se piango. Non puoi, e lo voglio accettare. Suona male come dichiarazione d’amore, eppure so con sicurezza che è questo l’ultimo ostacolo da superare, solo questo potrà rendermi felice.
Puoi svegliarmi con un sorriso e poi farmi sentire in colpa se quando sono ferita cerco di difendermi, ma la sostanza non cambierà mai. Mi accorgo che ingoio ancora, anche se ho imparato a non farlo più stando zitta, anche se mi convinco che basti dirlo per sputare fuori tutto il veleno.
Invece i residui rimangono, si accumulano negli spazi inutili, mentre io mando giù e calcio i rifiuti verso il fondo, lì dove si perde il buio denso della mia voragine. Quella che per metà ho riempito, con recuperi di fortuna e tante nuove illusioni, tutte specchianti e limpide, tutte incredibilmente efficaci nel loro compito di deviare luci e colori in modo da farli sembrare reali.
Mi impegno a prendermi cura di me.
« ... ciò che infine ci custodisce è il nostro esser - senza - protezione... »